Morti sospette e camicie di forza: cosa non funziona più nei TSO in Italia

Un articolo da Vice.com. Ne pubblichiamo un estratto

 

Cipriano è uno psichiatra sui generis. Ha lavorato in vari dipartimenti di salute mentale, e da alcuni anni esercita in un SPDC di Roma.

Ha anche scritto due libri – un terzo è in uscita – che traggono ispirazione dalla sua esperienza professionale e che rivelano tutta l’insofferenza del medico nei confronti di alcune pratiche psichiatriche “moderne,” come l’uso dei farmaci per scopi non terapeutici ma unicamente sedativi (“contenzione chimica”) o la cosiddetta “contenzione meccanica,” che consiste nel legare il paziente. Con letti muniti di cinghie o con le vecchie camicie di forza.

Per Cipriano, se si mette la 180 in mano a qualcuno che ha ancora un’ideologia manicomiale, questo strumento democratico rischia di assumere caratteri che sono ancora fondamentalmente polizieschi, come all’epoca del manicomio.

Secondo uno psichiatra che ha preferito restare anonimo e che esercita in un grande ospedale milanese, il TSO – se eseguito in modo corretto (e solo quando è realmente necessario) – è un efficace strumento di tutela per la salute del paziente. I problemi insorgono quando è effettuato senza seguire i passaggi alla lettera, soprattutto da parte degli psichiatri, che restano i primi responsabili del buon andamento della procedura.

A suo parere, sono tre i limiti fondamentali della legge 180 per quanto riguarda il TSO.

Innanzitutto non c’è un regolamento che disciplini in modo univoco e puntuale la procedura da seguire. Non è inoltre chiaro chi debba eseguire materialmente l’ordinanza del sindaco: se vigili, polizia o carabinieri.

Infine anche l’operatore – medico e non – può trovarsi in difficoltà rispetto ai propri ruoli e responsabilità, perché non bisogna dimenticare che trattandosi di una pratica così invasiva per la libertà personale, il confine con il sequestro di persona e la violenza privata è labile. Come lo è, all’opposto, il rischio di omissione di soccorso e di abbandono di incapace.

Cosa succede durante un TSO

Ma al di là delle questioni legali, cosa succede concretamente durante un ricovero forzato?

Naturalmente ogni storia è diversa dall’altra, come diversi sono gli oltre 10mila individui che ogni anno, in Italia, subiscono un TSO.

Per prima cosa il paziente deve essere prelevato per il ricovero. A questo proposito VICE News ha parlato con due soccorritrici di un’associazione ONLUS che opera nel settore della pubblica assistenza a Milano.

“Quando ci chiamano per un TSO,” raccontano, “sappiamo già che la cosa andrà molto per le lunghe.” Questo perché la fase di contrattazione con il paziente, in cui si cerca di convincerlo a ricoverarsi in modo volontario, è spesso lunga e difficile. Ma soprattutto perché la polizia, chiamata contemporaneamente all’ambulanza, spesso arriva con moltissimo tempo di scarto, rendendo impossibile procedere.

“È importante sottolineare,” spiegano le due soccorritrici, “che il TSO non riguarda solo i malati psichiatrici.”

Raccontano che una volta hanno soccorso un’anziana signora che si era rotta il femore nel suo appartamento. Non voleva farsi ricoverare per nessuna ragione, addirittura l’ambulanza era stata chiamata dai vicini che avevano sentito l’odore del gas causato da un pentolino rimasto a bruciare sul fuoco.

Viveva sola ed era impensabile lasciarla in quelle condizioni, così, spiegano le ragazze, “abbiamo chiamato la centrale operativa e abbiamo chiesto di avviare la procedura per disporre il TSO.”

Le facce, stando ai soccorritori, sono spesso le stesse. Una volta dimessi, i pazienti tornano a casa, magari in una situazione familiare difficile, il tempo passa senza miglioramenti e ad aspettarli dietro l’angolo c’è un nuovo TSO. E magari un altro.

Spesso capita anche che durante i TSO programmati – cioè non decisi all’arrivo dell’ambulanza – i “veterani” del trattamento sanitario obbligatorio non si facciano trovare in casa, oppure si nascondano, rendendo la procedura ancora più lunga e complicata.

Altre volte i pazienti stabiliscono un rapporto con la polizia e il personale dell’ambulanza, tanto che all’arrivo in ospedale hanno l’impressione di aver perso un punto di riferimento. Questo perché forze dell’ordine e soccorritori sono i primi con cui il paziente entra in contatto, e se il lavoro è svolto in maniera efficace, la lunga fase di mediazione fa sì che tra i soggetti si instauri una relazione.

Per Andrea, 25 anni, non è andata così. È stato ricoverato in preda a un “delirio mistico,” e a causa del suo stato di agitazione è stato ammanettato dalla polizia, che lo ha strattonato per trascinarlo giù dalle scale di casa, tanto che a sei mesi di distanza è ancora ben visibile sul polso il segno provocato dalle manette.

Andrea non ha un ricordo preciso dei suoi primi giorni di degenza. Ma ricorda che appena arrivato all’ospedale gli hanno “sparato una siringa nel braccio” e si è risvegliato legato al letto.

Risvegliarsi così, senza possibilità di muoversi, è un’esperienza comune a moltissimi pazienti sottoposti a TSO.

Del primo riferisce: “Non stavo manifestando nessuna reale aggressività se non agitazione verbale per essere trattenuto contro la mia volontà senza una valida spiegazione. Mi hanno sedato e mi sono svegliato legato al letto. Nella mia ignoranza, pensavo che nemmeno si facesse più.”

Nel nostro paese la contenzione è una pratica diffusa, come denuncia il Comitato nazionale per la bioetica. Ed è ben conosciuta anche negli istituti che si occupano di anziani e nei luoghi che accolgono bambini e adolescenti.

È impossibile sapere quante persone, negli ospedali, nelle case di riposo e nelle cliniche private subiscono questo trattamento. “Quello che sappiamo,” spiega Piero Cipriano, “è che l’80 per cento dei 323 SPDC italiani è attrezzato per la contenzione. E dunque possiamo presumere che venga praticata.”

Alcune regioni e strutture si sono date delle linee guide per regolamentare la pratica in modo stringente, come il monitoraggio ogni 15 minuti, l’obbligo di slegare un arto a rotazione ogni mezz’ora, o di far camminare il paziente ogni due ore. Ma si tratta solo di protocolli locali.

Francesco racconta che, durante il suo primo ricovero, le fasce contenitive sono state tra le cose più fastidiose. Spiega che a lui è anche andata bene, perché non manifestando reale aggressività e avendo un carattere mite è rimasto legato “solo” una decina di ore.

Durante il secondo ricovero però ha visto la cosa durare per giorni: “C’era questo ragazzo mezzo ucraino e mezzo italiano che aveva delle difficoltà a esprimersi ed era molto agitato. Urlava, manifestava bisogni, voleva una sigaretta o dell’acqua, e a me sembrava disumano che fosse ignorato. Così ogni volta che potevo entravo in camera sua e cercavo di stabilire un rapporto con lui.”

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