“La barca dei folli”: Stefano Dionisi e il racconto lucido del disagio menta

Il disagio mentale non è facile da dichiarare apertamente. Perché suscita paura, imbarazzo, senso di inadeguatezza, in alcuni casi disprezzo. Se poi a raccontarlo è un attore noto, vuol dire che lo stigma resiste e che lui ha sentito il bisogno di intaccare questo muro, di romperlo per far vedere alla luce del sole cosa succede quando vieni risucchiato in un tunnel dentro la tua testa e ti senti (o chi dovrebbe curarti ti fa sentire) come «delle merde incapaci di stare al mondo».

«Tutti i pazienti vengono prelevati, in un giorno qualsiasi della loro vita, nell’attimo in cui danno in escandescenze», spiega Dionisi come spettatore e insieme protagonista di un dramma che non ha nulla di poetico. Per lui quel giorno qualsiasi si è materializzato in Spagna, dove stava girando Sant’Antonio di Padova. A causa di un attacco di panico, fugge dal set e si abbarbica sul tetto di una casa, dopo aver gettato il passaporto e il portafogli.

Un disagio profondo che per i 14 anni successivi viene curato in varie cliniche, con psicofarmaci e psicoterapia freudiana. Distorsione della realtà, manie persecutorie, crisi psicotiche e molto altro derivano da un disturbo ereditario: alcuni geni non funzionano come dovrebbero. L’attore romano, oggi 49enne, ha condiviso questa situazione con un’umanità dolente che suscita empatia, sprofondata com’è in una solitudine abissale e nella capacità di discernere i gesti umani da quelli falsi, di circostanza.

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