Dicono

Giugno 2017

Non è vero che lo psichiatra abbia due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra.

Ne ha una sola: come uomo. E come uomo, io voglio cambiare la mia vita.

Voglio cambiare l’organizzazione sociale; e non con la rivoluzione, ma semplicemente esercitando la mia professione di psichiatra… 

Se tutti i tecnici esercitassero la loro professione, questa sì che sarebbe una vera rivoluzione.

Quando trasformo il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società… 

Franco Basaglia

Maggio 2017

 

Questo giovane è malato,
so io come va curato!
Ha già troppo contagiato,
deve essere isolato.

 

Edoardo Bennato, Dotti, medici e sapienti, 1977

“io sono borderline, e tu?”

 “schizoaffettiva.”

“sei mai stata in spdc?”

“sì.”

“e ti hanno legata?”

“no.”

“a me sì…”

esiste una retorica della malattia mentale.

e i primi a cascarci sono i pazienti psichiatrici stessi […]

 

Alberto Fragomeni, Dettagli Inutili

L’applicazione di questa normativa sarà tanto più possibile quanto più si aggregherà dal basso, nella amministrazioni locali, nelle singole istituzioni, nelle aggregazioni periferiche di tecnici e di utenti, nei movimenti politici e sindacali, la volontà di superare sia carenze e arretratezze, che la storica assenza o distanza della popolazione dalla gestione delle istituzioni (…) da quanto più si aggregherà dal basso una volontà di superare carenze e arretratezza (assenza di servizi, privatizzazione dell’assistenza sanitaria, rigidità della classe medica, inerzia dei politici) e, dal versante della popolazione, la storica assenza o distanza dalla gestione delle istituzioni, Una normativa può consentire questo, ma non potrà mai garantirlo.

 

Franco Basaglia, a proposito della legge 180 approvata il 13 Maggio 1978

Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione.

Franco Basaglia, Intervista a Maurizio Costanzo

Aprile 2017

 

Non voglio con questo dire che la malattia non esiste, ma che noi produciamo una sintomatologia – il modo di esprimersi della malattia – a seconda del modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per affrontarla. Il medico diventa gestore dei sintomi e crea un’ideologia su cui poi il manicomio si edifica e si sostiene. Solo così egli può dominare e reprimere le contraddizioni che la malattia esprime.

 

Franco Basaglia, Ideologia e prativa in tema di salute mentale, 1982

La buona pratica non parte da un gesto generoso del medico verso la persona sofferente, gesto che può essere tradito mille volte al giorno da un dolore più o meno nascosto, da un’aggressività con o senza giustificazione, da una violenza che ferisce. La buona pratica è il risultato di una volontà collettiva di partire comunque dal rispetto e dalla libertà della persona che certamente proviene da una storia in cui questo rispetto e libertà sono venuti meno o non sono mai esistiti. La buona pratica cresce e si sviluppa attorno a questo nucleo centrale, da cui si dipana ogni altro inter vento.

Franca Ongaro Basaglia

Marzo 2017

 

La ragione per la quale molte di queste persone erano dovute andare in ospedale, tanto tempo prima, era stata una conseguenza dell’insopportabilità della vita sociale. Il manicomio non faceva altro che catturare persone indesiderabili e contenerle nell’istituzione, in una specie di morte civile. Questa è ancora la terapia dei manicomi.

 

Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979

Uno schizofrenico abbiente, ricoverato in una casa di cura privata, avrà una prognosi diversa da quella dello schizofrenico povero, ricoverato con l’ordinanza in ospedale psichiatrico. Ciò che caratterizzerà il ricovero del primo, non sarà soltanto il fatto di non venire automaticamente etichettato come un malato mentale “pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo”, ma il tipo di ricovero di cui gode lo tutelerà dal venire destorificato, separato dalla propria realtà.

 

Franco Basaglia, L’istituzione negata, 1968

Visite, parenti,

un’elemosina di carità,

«facce sorridenti

vedrai tra poco, vieni via di qua»

Chiedi a quel ragazzo

perché sua madre non ci viene mai

dice: «La nascondo,

su nell’armadio tra i vestiti miei»

E i pazzi sono fuori

non cercateli qui

il mondo dietro i muri

è più disperato di qui.

 

Roberto Vecchioni, I pazzi sono fuori, 1972

Febbraio 2017

 

All your two-bit psychiatrists

are giving you electroshock

They said, they’d let you live at home with mom and dad

instead of mental hospitals

But every time you tried to read a book

You couldn’t get to page 17

‘Cause you forgot where you were

so you couldn’t even read

 

Lou Reed, Kill your Sons, 1974

Ero matta in mezzo ai matti.

I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti.

Sono nate lì le mie più belle amicizie.

I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo.

I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita”.

 

Alda Merini

Due mezze suole incollate sotto i piedi

E una bandierina di taxi con su scritto “Libero!” in ciascuna mano

Ah Ah Ah

Tu ridi, eh?, ridi perché solo tu riesci a vedermi

Tu, e i manichini che mi fanno l’occhietto dalle vetrine

E mentre tutti i semafori segnano tre luci azzurre per lasciarmi passare

Un po’ ballando e un po’ volando io mi avvicino a te

Mi levo il melone dalla testa per salutarti

Ti regalo una bandierina e ti dico

Lo so che sono un matto.

Domenico Modugno, Ballata per un matto, 1982

Gennaio 2017

 

Non so che cosa sia la follia.

Può essere tutto o niente.

È una condizione umana.

Franco Basaglia

Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, – trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L’uomo ha sempre questo impulso, di dominare l’altro; è naturale che sia così. È innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Quando c’è un’organizzazione che, approfittando dei problemi contraddittori, crea un circuito di controllo per distruggere la contraddizione, assolutizzando i due poli della contraddizione ora in un modo ora nell’altro. Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare la prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere: di infermieri, di sanitari, di medici.

 

Franco Basaglia, Lezione/conversazione con gli infermieri nel congedo da Trieste, 1979

Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia che Burton chiama “institutional neurosis” e che chiamerei semplicemente istituzionalizzazione); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.

Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico, 1964

Day after day

They send my friends away

To mansions cold and grey

To the far side of town

Where the thin men stalk the streets

While the sane stay underground

David Bowie, All The Madman,  1970

Dicembre 2016

 

87, non mi ricordo bene com’è stato

sto molto male, sono fatto, frastornato

non mi ricordo bene com’è stato

che mi ritrovo qua nudo e legato troppo stretto a questo letto maledetto

99 Posse, 87 ore

Novembre 2016

 

Eccomi fratelli sono matto anch’io
finalmente diventato uno uguale
e ora addio rugiada e vento e prato e sole
gli altri hanno il camice bianco e la mente normale.

In cinque m’han legato le mani
e sapevano di me così poco
un urlo e da allora non ho
capito più.

Franco Giorgetti Talamo, In cinque m’han legato le mani, 1972

Ottobre 2016

 

Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.

Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, 1964

Oggi i manicomi (non si sa fino a quando) sono stati chiusi, e i folli, sottratti al trattamento manicomiale, sono stati affidati al trattamento biochimico.

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, 2009

La buona pratica non parte da un gesto generoso del medico verso la persona sofferente, gesto che può essere tradito mille volte al giorno da un dolore più o meno nascosto, da un’aggressività con o senza giustificazione, da una violenza che ferisce. La buona pratica è il risultato di una volontà collettiva di partire comunque dal rispetto e dalla libertà della persona che certamente proviene da una storia in cui questo rispetto e libertà sono venuti meno o non sono mai esistiti. La buona pratica cresce e si sviluppa attorno a questo nucleo centrale, da cui si dipana ogni altro inter vento.

Franca Ongaro Basaglia

In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa

Dario Fo, Il mondo secondo Fo, 2007

Settembre 2016

 

Ne certamente parleranno di sindrome depressiva

o più semplicemente diranno che è morto un altro matto.

Ma io avrò cercato solamente altrove quel contatto

che qui non trovo, che qui non ho…

Macchina del tempo tu perdi i pezzi e non lo sai.

I pazzi sono i saggi e viceversa ormai.

 

Lucio Battisti, Macchina del Tempo, 1974

Ho visto un uomo matto

è impressionante come possa fare effetto

un uomo solo, dimenticato, abbandonato

dietro le sbarre sempre chiuse di un cancello.

Noi fuori dal cancello

noi che siamo normali, noi possiamo far tutto

noi che abbiamo la fortuna di esser sani

noi ragioniamo senza perdere la calma

col controllo di noi stessi, senza orribili visioni.

 

Giorgio Gaber, Dall’altra parte del cancello (GOAL !) , 1973

Non voglio con questo dire che la malattia non esiste, ma che noi produciamo una sintomatologia – il modo di esprimersi della malattia – a seconda del modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per affrontarla. Il medico diventa gestore dei sintomi e crea un’ideologia su cui poi il manicomio si edifica e si sostiene. Solo così egli può dominare e reprimere le contraddizioni che la malattia esprime.

 

Franco Basaglia,  Ideologia e pratica in tema di salute mentale, 1982

Agosto 2016

 

Il dottore agguerrito della notte

viene con passi felpati alla tua sorte

e sogghignando guarda i volti tristi

degli ammalati, quando ti ammannisce

una pesante dose sedativa

per colmare il tuo sonno e dentro il braccio

attacca una flebo che sommuova

il tuo sangue irruente di poeta.

Poi se ne va sicuro, devastato

dalla sua incredibile follia

Il dottore di guardia, e tu le sbarre

guardi nel sonno come allucinato

e ti canti le nenie del martirio

 

Alda Merini

Luglio 2016

 

Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale ([... ]); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.

 

Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, 1964

Giugno 2016

 

I matti sono punti di domanda senza frase
migliaia di astronavi che non tornano alla base
sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
i matti sono apostoli di un Dio che non li vuole

Simone Cristicchi, Ti regalerò una rosa, 2007

 

Ho chiesto vergognandomi, ad un mio collega inglese: – Cosa vuol dire istituzione?- Lui non sapeva darmi una risposta, si meravigliava molto della mia scarsa eleganza concettuale, in quanto gli inglesi pensano che gli occidentali siano molto più concettuali, molto più precisi nelle definizioni, mentre loro sono molto pragmatici, e guardandomi mi rispose in maniera pragmatica: “L’istituzione è …- guardandosi intorno – … Questa” indicandomi con le mani. Eravamo in una stanza di un manicomio. E così ho avuto l’illuminazione per cui ho capito che l’istituzione in quel momento eravamo noi due, là, in quel posto che era il manicomio, e quindi ho cominciato a capire che tutti quei discorsi che noi facevamo in quel momento erano discorsi che aprivano o chiudevano quest’istituzione, che eravamo noi due. Se noi facevamo dei discorsi di apertura, l’istituzione era una situazione aperta; se noi facevamo dei discorsi di chiusura l’istituzione era un’istituzione chiusa. Questo era il parlare, ma poi c’era anche il fare; cioè se il personale dell’istituzione la gestisce in maniera chiusa, mentalmente e praticamente, questa è un’istituzione chiusa; se fa il contrario è un’istituzione aperta.

Franco Basaglia, Introduzione generale ed esposizione riassuntiva dei vari gruppi di lavori, corso di aggiornamento per operatori psichiatrici, Trieste 1974

 

Non è una novità individuare e rifiutare la sopraffazione dell’uomo sull’uomo; non è una novità cercarne le cause, rifiutando di coprirle sotto il pregiudizio. Ma finché la sopraffazione e la violenza sono ancora il leitmotiv della nostra realtà, forse non si può che usare parole ovvie, per non mascherare sotto la costruzione di teorie apparentemente nuove il desiderio ultimo di lasciare le cose come stanno”

 

Franco Basaglia, Asylums, 1968

 

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…

A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…

 

Pier Paolo Pasolini, Roma, 1966

Maggio 2016

 

Il 13 maggio non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza.

Franca Ongaro Basaglia

Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, – trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L’uomo ha sempre questo impulso, di dominare l’altro; è naturale che sia così. È innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Quando c’è un’organizzazione che, approfittando dei problemi contraddittori, crea un circuito di controllo per distruggere la contraddizione, assolutizzando i due poli della contraddizione ora in un modo ora nell’altro. Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare la prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere: di infermieri, di sanitari, di medici.

 

Franco Basaglia, Lezione/conversazione con gli infermieri nel congedo da Trieste, 1979

Aprile 2016

 

La libertà è terapeutica.

 

Ugo Guarino, Zitti e buoni: tecniche del controllo, Feltrinelli, Milano, 1979

L’ hanno preso nel mare

ma è morto in ospedale

Francesco

non aveva

niente di male

non aveva

alcun male

ma è morto lo stesso

Francesco

Ma in che paese viviamo?

dimmelo tu

in che paese viviamo?

in che paese viviamo?

ti ho visto in TV

Francesco

legato ad un letto

per ottantadue ore

Pierpaolo Capovilla, 82 ore

Marzo 2016

Voi che conoscete il mio lamento,

Voi che sovente, con collera amorevole,

Deste un nome alla mia colpa,

Sperando con pazienza,

La vostra pena è finita, miei cari!

E vuoto è il letto di spine,

Né più rivedrete il mesto

Infermo sempre in lacrime.

Friedrich Hölderlin, Diotima, 1799

 

Sopra un lettino cigolante,

in questo posto allucinante

io cerco spesso di volare nel cielo

 

Non so che male posso fare,

se cerco solo di volare

io non capisco i miei guardiani,

perché mi legano le mani

 

E a tutti i costi voglion che

Indossi un camice per me

Le braccia indietro forte spingo

E a questo punto sempre piango

Don Backy, Sognando, 1978

 

Febbraio 2016

Il primo contatto con la realtà manicomiale ha subito evidenziato le forze in gioco: l’internato anziché apparire come un malato, risulta l’oggetto di una violenza istituzionale che agisce a tutti i livelli, perché ogni azione contestante è stata definita entro i limiti della malattia. Il livello di degradazione, oggettivazione, annientamento totale in cui si presenta, non è l’espressione pura di uno stato morboso, quanto piuttosto il prodotto dell’azione distruttiva di un istituto, la cui finalità era la tutela dei sani nei confronti della follia.»

Franco Basaglia, L’istituzione negata, 1968

 

Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese.

Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979

Gennaio 2016

Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, – trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L’uomo ha sempre questo impulso, di dominare l’altro; è naturale che sia così. E’ innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Quando c’è un’organizzazione che, approfittando dei problemi contraddittori, crea un circuito di controllo per distruggere la contraddizione, assolutizzando i due poli della contraddizione ora in un modo ora nell’altro. Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perchè la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere di infermieri, di sanitari, di medici.

Franco Basaglia, Lezione/conversazione con gli infermieri nel congedo da Trieste, 1979

 

Dicembre 2015

 . natale in opg (e simili)

nudo come cappone la testa ha china

e il sangue ancora caldo, che fa figura,

gli occhi socchiusi qual chi altri sogna

legato al suo posto, per ché folle e reo

questo diverso, promesso! tale e quale

pioppo severo il magistrato non molla,

‘n pesce piccolo, si sa, non fa carriera

notte santa, se puoi, dammi una mano

spalanca ogni cella e alla misericordia

porta qui i pellegrini il corpo allo stato

a spezzare il pane sì, da uomo a uomo

Rita Filomeni

inedito, 24 dicembre 2015

 

Ci sono sempre falsi profeti. Ma nel caso della psichiatria è la profezia stessa ad essere falsa, nel suo impedire, con lo schema delle definizioni e classificazioni dei comportamenti e con la violenza con cui li reprime, la comprensione della sofferenza, delle sue origini, del suo rapporto con la realtà della vita e con la possibilità di espressione che l’uomo in essa trova o non trova.

Franco Basaglia, Follia/Delirio in Scritti, 1982

Novembre 2015

Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?»

Franco Basaglia, Il problema della gestione, 1968

Ottobre 2015

I matti vanno contenti,

sull’orlo della normalità,

come stelle cadenti,

nel mare della tranquillità.

Francesco De Gregori, I Matti

 

Follia, mia grande giovane nemica,

un tempo ti portavo come un velo

sopra i miei occhi e mi scoprivo appena.

Mi vide in lontananza il tuo bersaglio

e hai pensato che fossi la tua musa;

quando mi venne quel calar di denti

che ancora mi addolora tra le spoglie,

comprasti quella mela del futuro

per darmi il frutto della tua fragranza.

Alda Merini, Ballate non pagate, 1955

Marzo 2015

…l’istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l’oggetto della violenza di un’istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l’oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell’istituto deputato a controllarlo. Di fronte a questa presa di coscienza, ogni discorso puramente tecnico si ferma. Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla? L’irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è quindi un fatto economico- sociale più che tecnico-scientifico.

Franco Basaglia, Morire di classe, 1969

 

Febbraio 2015

Dr. John Spivey – Lei pensa che la sua mente abbia qualcosa che non va?
Randle Patrick McMurphy – No signore, è una meravigliosa stupenda macchina della scienza.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1975

 

“Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?”

Franco Basaglia, Il problema della gestione, 1968