Dicono 2018 – 2020

Giugno 2020

Alcuni si muovono sulla convinzione che si sia trattato solo di umanizzare l’assistenza e di inglobare la psichiatria nella medicina, quale garanzia della scientificità dell’intervento e del superamento della violenza istituzionale. Ma l’avvio di questa dimensione, giocata fra tutela e diritto come misura di avvicinamento alla contrattualità e al riconoscimento della cittadinanza, quindi a una maggiore giustizia sociale, presume una messa in discussione delle diverse discipline che hanno a che fare con la “persona”, una messa in discussione delle violazioni dei diritti dei cittadini perpetrate in nome della cura e della terapia e implicite in modelli scientifici che si fondano sull’oggettivazione del corpo, sulla delega totale al tecnico di cui chi ha bisogno di cura e di assistenza è in completa balìa.

 

Franca Ongaro Basaglia, da Salute/Malattia. Le parole della medicina, pubblicato nel 2012

 

Maggio 2020

Quarant’anni dopo – legati come gran parte dei paesi europei, ad una legge antica ancora incerta fra l’assistenza e la sicurezza, la pietà e la paura – la situazione non è di molto mutata: limiti forzati, burocrazia, autoritarismo regolano la vita degli internati per i quali Pinel aveva clamorosamente reclamato il diritto alla libertà… Lo psichiatra sembra, infatti, riscoprire solo oggi che il primo passo verso la cura del malato è il ritorno alla libertà di cui finora egli stesso lo aveva privato.

 

Franco Basaglia, da L’istituzione negata, 1968

Aprile 2020

Provate a pensare se uno, due o tre anni fa una madre avrebbe denunciato un ospedale perché il figlio era sottoposto ad un trattamento violento, o se un giornalista avrebbe scritto un articolo perché un vecchio era stato ricoverato ingiustamente in manicomio. Questo significa, evidentemente, una maturazione democratica della popolazione, un controllo popolare sull’assistenza pubblica, per cui i politici devono tenere conto della vigilanza che la popolazione ha sul loro operato.

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Marzo 2020

Alcuni si muovono sulla convinzione che si sia trattato solo di umanizzare l’assistenza e di inglobare la psichiatria nella medicina, quale garanzia della scientificità dell’intervento e del superamento della violenza istituzionale. Ma l’avvio di questa dimensione, giocata fra tutela e diritto come misura di avvicinamento alla contrattualità e al riconoscimento della cittadinanza, quindi a una maggiore giustizia sociale, presume una messa in discussione delle diverse discipline che hanno a che fare con la “persona”, una messa in discussione delle violazioni dei diritti dei cittadini perpetrate in nome della cura e della terapia e implicite in modelli scientifici che si fondano sull’oggettivazione del corpo, sulla delega totale al tecnico di cui chi ha bisogno di cura e di assistenza è in completa balìa.

 

Franca Ongaro Basaglia, dalla Lectio doctoralis tenuta in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Scienze politiche conferitele da parte dell’Università di Sassari, 2001

Febbraio 2020

Se si permette che mani e piedi vengano legati, in breve si riscontrerà nel paziente un totale processo di regressione e si darà l’avvio a ogni genere di trascuratezza e tirannia. […] fino a che la repressione diventerà l’abituale sostituto dell’attenzione, della pazienza, della tolleranza e della gestione corretta.

 

John Connolly, da Il trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi, 1856

Quando diciamo no al manicomio, noi diciamo no alla miseria del mondo e ci uniamo a tutte le persone che nel mondo lottano per una situazione di emancipazione.

 

Franco Basaglia,  da Conferenze brasiliane, 1979

Gennaio 2020

Io penso che il mondo, e quindi anche la psichiatria, non cammina se l’egoismo, l’ingiustizia sociale sono il primo significato dell’esistenza.

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Dicembre 2019

Io penso che il mondo, e quindi anche la psichiatria, non cammina se l’egoismo, l’ingiustizia sociale sono il primo significato dell’esistenza.

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Escluso perché incomprensibile, escluso perché pericoloso, il malato mentale continua ad essere mantenuto oltre il limite dell’umano, come espressione della nostra disumanizzazione e incapacità di comprendere.

Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, da Un problema di psichiatria istituzionale, 1966

La ricerca nel gruppo del capro espiatorio, del membro da escludere sul quale scaricare la propria aggressività, non può esser spiegata che dalla volontà dell’uomo di escludere la parte di se che gli fa paura.

 

Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, da Un problema di psichiatria istituzionale, 1966

La cosa più importante è che non abbiamo parlato di psichiatria, ma abbiamo parlato della miseria della vita, perchè questa è la vera situazione, il vero contesto nel quale si costruisce la psichiatria. Penso che la domanda che dobbiamo farci è questa: se la miseria scomparisse, la psichiatria continuerebbe ad esistere?

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Novembre 2019

D’altra parte l’istituzione aperta, come contraddizione in una realtà sociale che fonda la sua sicurezza e il suo equilibrio sulla netta separazione in compartimenti stagni, categorie, codificazioni che conservano la netta divisione di classe e di ruolo, non può non coinvolgere in questa presa di coscienza lo psichiatra e il personale curante. Essi si trovano immessi in una realtà in cui sono in parte complici e in parte vittime, costretti dal nostro attuale sistema sociale a dichiararsi garanti di un ordine che vogliono distruggere, esclusi essi stessi ed escludenti insieme. La porta aperta agisce dunque anche sullo psichiatra come presa di coscienza del suo grado di schiavitù nei confronti di un sistema sociale che si sostiene sugli esecutori ignari e silenziosi.

 

Franco Basaglia, da L’istituzione negata, 1968

Qualsiasi incidente si verifichi nell’istituzione psichiatrica, viene abitualmente imputato alla malattia, chiamata in causa come unica responsabile dell’imprevedibilità del comportamento dell’internato: la scienza – nel definire il malato come incomprensibile – ha offerto allo psichiatra lo strumento per deresponsabilizzarsi nei confronti di un paziente che, per legge, deve controllare e custodire.

 

Franco Basaglia, da L’istituzione negata, 1968

Non voglio con questo dire che la malattia non esiste, ma che noi produciamo una sintomatologia – il modo di esprimersi della malattia – a seconda del modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per affrontarla. Il medico diventa gestore dei sintomi e crea un’ideologia su cui poi il manicomio si edifica e si sostiene. Solo così egli può dominare e reprimere le contraddizioni che la malattia esprime.

 

Franco Basaglia, da Ideologia e pratica in tema di salute mentale, 1982

La ragione per la quale molte di queste persone erano dovute andare in ospedale, tanto tempo prima, era stata una conseguenza dell’insopportabilità della vita sociale. Il manicomio non faceva altro che catturare persone indesiderabili e contenerle nell’istituzione, in una specie di morte civile. Questa è ancora la terapia dei manicomi.

 

Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979

Ottobre 2019

Non è una novità individuare e rifiutare la sopraffazione dell’uomo sull’uomo; non è una novità cercarne le cause, rifiutando di coprirle sotto il pregiudizio. Ma finché la sopraffazione e la violenza sono ancora il leitmotiv della nostra realtà, forse non si può che usare parole ovvie, per non mascherare sotto la costruzione di teorie apparentemente nuove il desiderio ultimo di lasciare le cose come stanno.

 

Franco Basaglia, Asylum, 1968

Il primo contatto con la realtà manicomiale ha subito evidenziato le forze in gioco: l’internato anziché apparire come un malato, risulta l’oggetto di una violenza istituzionale che agisce a tutti i livelli, perché ogni azione contestante è stata definita entro i limiti della malattia. Il livello di degradazione, oggettivazione, annientamento totale in cui si presenta, non è l’espressione pura di uno stato morboso, quanto piuttosto il prodotto dell’azione distruttiva di un istituto, la cui finalità era la tutela dei sani nei confronti della follia.»

 

Franco Basaglia, L’istituzione negata, 1968

 

 

Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.

Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, 1964

Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita.

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Settembre 2019

L’istituzione psichiatrica tradizionale ha avuto il significato e la funzione di separare nettamente la malattia. Essa rappresenta il limite al di là del quale la permissività nei confronti dell’abnorme facilita la regressione del malato fino alla sua totale identificazione con le strutture istituzionali, che coincidono con ciò che l’internato deve diventare. Una volta definito il manicomio come il luogo dell’abnorme nella norma, il rapporto istituzionale non può che essere un rapporto distruttivo che tende a stimolare tanto la regressione del malato quanto quella dello psichiatra, riducendo, cioè, al medesimo livello di oggettivazione (quindi di controllo) sia i gestori sia i gestiti, nell’inglobarli in un unico corpo, di cui gli uni rappresentano il polo adialettico degli altri.

 

Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, da Prefazione a Ideologia e pratica della psichiatria sociale, 1970

L’istituzione manicomiale ha in sé, nel suo carattere violento coercitivo discriminante, una più nascosta funzione sociale e politica: il malato mentale, ricoverato e distrutto nei nostri manicomi, non si rivela soltanto l’oggetto della violenza di un’istituzione deputata a difendere i sani dalla follia; né soltanto l’oggetto della violenza di una società che rifiuta la malattia mentale; ma è insieme, il povero, il diseredato che, proprio in quanto privo di forza contrattuale da opporre a queste violenze, cade definitivamente in balia dell’istituto deputato a controllarlo. Di fronte a questa presa di coscienza, ogni discorso puramente tecnico si ferma. Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla? L’irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita. Ma questa natura non dipende direttamente dalla malattia: la recuperabilità ha un prezzo, spesso molto alto, ed è quindi un fatto economico-sociale più che tecnico-scientifico.

 

Franco Basaglia, da Morire di classe, 1969

Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, – trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L’uomo ha sempre questo impulso, di dominare l’altro; è naturale che sia così. È innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Quando c’è un’organizzazione che, approfittando dei problemi contraddittori, crea un circuito di controllo per distruggere la contraddizione, assolutizzando i due poli della contraddizione ora in un modo ora nell’altro. Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare la prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere: di infermieri, di sanitari, di medici.

 

Franco Basaglia, da Lezione/conversazione con gli infermieri nel congedo da Trieste, 1979

Luglio 2019

L’unica possibile azione e l’unico modo di incidere nella nostra realtà, dovrebbe essere la messa in atto di una negazione che riesca a mantenersi tale, anche dopo essere stata assorbita come affermazione del sistema. Se le ideologie sono libertà mentre si fanno, si tratterebbe di continuare a muoversi in un terreno problematico e contraddittorio – come lo è appunto la realtà – resistendo alla tentazione di rifugiarsi nell’ideologia come sistematizzazione scientifica della propria azione, per garantirsi da ogni contraddizione e da ogni verifica.

 

Franco Basaglia, da La comunità terapeutica e le istituzioni psichiatriche, 1968

Il primo contatto con la realtà manicomiale ha subito evidenziato le forze in gioco: l’internato anziché apparire come un malato, risulta l’oggetto di una violenza istituzionale che agisce a tutti i livelli, perché ogni azione contestante è stata definita entro i limiti della malattia. Il livello di degradazione, oggettivazione, annientamento totale in cui si presenta, non è l’espressione pura di uno stato morboso, quanto piuttosto il prodotto dell’azione distruttiva di un istituto, la cui finalità era la tutela dei sani nei confronti della follia.

 

Franco Basaglia, da L’istituzione negata, 1968

Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?

 

Franco Basaglia, da Il problema della gestione, 1968

Giugno 2019

Le diagnosi psichiatriche hanno assunto un valore ormai categoriale, nel senso che corrispondono ad un etichettamento oltre il quale non c’è più possibilità di azione o di sbocco. Nel momento in cui lo psichiatra si trova faccia a faccia con il suo interlocutore (il “malato mentale”) sa di poter contare su un bagaglio di conoscenze tecniche, con le quali – partendo dai sintomi – sarà in grado di ricostruire il fantasma di una malattia, avendo, tuttavia, la netta percezione che – non appena ne avrà formulata la diagnosi – l’uomo sfuggirà ai suoi occhi, perché definitivamente codificato in un ruolo che ne sancisce soprattutto un nuovo status sociale. Si entra cioè in una sorta di passività che lo “scienziato” viene ad assumere di fronte al fenomeno e che lo porta a risolverlo attraverso una routine tecnica – da lui nettamente separata – la cui finalità pare quella dello smistamento fra ciò che è normale e ciò che non lo è.

 

Franco Basaglia, da L’utopia della realtà, 1974

Ma la terapeuticità della nuova istituzione si fonda essenzialmente sulla vitalità del processo dialettico, cui partecipano attivamente tutti i componenti della comunità; cioè sul margine di libertà e di invenzione pratica che viene mantenuto in un processo di trasformazione.

 

Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, da Prefazione a Ideologia e pratica della psichiatria sociale, 1970

Che i ceppi e le catene siano reali come nelle nostre istituzioni o che siano simbolici come nelle istituzioni dei paesi tecnicamente più sviluppati, non fa differenza, se la finalità è ancora e sempre il dominio dell’uomo sull’uomo, la sopraffazione, il sopruso, che continuano ad essere presentati e imposti come aspetti irriducibili della natura umana e non come un prodotto storico-sociale.

 

Franco Basaglia, da La giustizia che punisce. Appunti sull’ideologia della punizione, 1971

Struttura economica e funzione istituzionale coincidono sempre, ad ogni livello di sviluppo, e non è casuale che i manicomi vengano a strutturarsi in senso tecnico-sociale con l’inizio della rivoluzione industriale. Così come tutte le forme di assistenza pubblica vengono a trovare la loro più ampia configurazione istituzionalizzata, nel momento in cui si deve dividere il produttivo dall’improduttivo. Il rapporto non è più fra l’uomo e la società dell’uomo ma fra uomo e produzione, il che crea un nuovo uso discriminante di ogni elemento (abnormità, malattia, devianza, ecc.) che possa essere d’intralcio al ritmo produttivo.

 

Franco Basaglia, da La giustizia che punisce. Appunti sull’ideologia della punizione, 1971

Maggio 2019

La psichiatria partecipa dunque, nella formulazione della diagnosi e nell’uso della sua tecnica, al gioco di potere della classe dominante che ha già stabilito chi e come deve pagare affinchè essa possa mantenere il proprio equilibrio. Le sanzioni apparentemente tecniche non hanno qui il minimo carattere terapeutico, dato che si limitano allo smistamento fra ciò che è normale e ciò che non lo è, dove la norma non è un concetto elastico e discutibile, ma qualcosa di fisso e di strettamente legato ai valori del medico e della classe di cui è il rappresentante. Ciò che all’inizio della nostra azione di rovesciamento istituzionale poteva essere rifiutato emotivamente come una condizione esistenzialmente disumana, si è quindi successivamente rivelato come l’ovvio risultato di una specifica intenzione politico-sociale, di cui la psichiatria non è che uno dei tanti strumenti tecnici.

 

Franco Basaglia, da Appunti di psichiatria istituzionale, 1969

A questo punto, che cosa proponiamo per un nuovo, autentico approccio al malato? Innanzitutto la possibilità che egli abbia un autentico approccio con noi. E ciò sarà possibile se il ruolo dello psichiatra nei confronti del malato uscirà dal terreno che gli è tuttora abituale, quello che cioè che sancisce il suo potere nei confronti dell’altro.

 

Franco Basaglia, da L’utopia della realtà, 1974

L’applicazione di questa normativa sarà tanto più possibile quanto più si aggregherà dal basso, nella amministrazioni locali, nelle singole istituzioni, nelle aggregazioni periferiche di tecnici e di utenti, nei movimenti politici e sindacali, la volontà di superare sia carenze e arretratezze, che la storica assenza o distanza della popolazione dalla gestione delle istituzioni (…). Da quanto più si aggregherà dal basso una volontà di superare carenze e arretratezza (assenza di servizi, privatizzazione dell’assistenza sanitaria, rigidità della classe medica, inerzia dei politici) e, dal versante della popolazione, la storica assenza o distanza dalla gestione delle istituzioni. Una normativa può consentire questo, ma non potrà mai garantirlo.

 

Franco Basaglia, da Conversazione: A proposito della nuova legge 180, 1980

 

 

Ciò significa che per la psichiatria l’alternativa oscilla tra un’interpretazione ideologica della malattia (con la costruzione di una diagnosi esatta, ottenuta attraverso l’incasellamento dei diversi sintomi in uno schema sindromico precostituito); o l’approccio al malato mentale su una dimensione in cui la classificazione della malattia ha e non ha un peso. Nel primo caso accetteremo, ancora una volta, il ruolo di schedatori di cartelle per un centro meccanografico, nel secondo saremmo noi psichiatri ad andare alla ricerca di un ruolo che non abbiamo ancora mai avuto e che ci metta- per quanto possibile-alla pari con il malato nella dimensione in cui la malattia come categoria data venga a messa tra parentesi.

Franco Basaglia, da L’utopia della realtà, 1975

Aprile 2019

L’originalità del modello triestino sta forse proprio qui. Non tanto, o non solo, nell’aver cercato di cooptare al proprio progetto gli abitanti della città, bensì nell’aver proposto un terreno molto diretto di confronto, dato dall’evidenza di scelte agite sotto gli occhi di tutti. Ciò ha comportato l’esplicita assunzione in prima persona, da parte degli operatori, della responsabilità e del carico di ogni singola decisione presa lungo il percorso, e una profonda identificazione degli operatori con i propri pazienti.

Franco Basaglia, da Vocazione terapeutica e lotta di classe, 1979

Vivere dialetticamente le contraddizioni del reale è l’aspetto terapeutico del nostro lavoro. Se tali contraddizioni – anziché essere ignorate o programmaticamente allontanate nel tentativo di creare un mondo ideale – vengono affrontate dialetticamente, se le prevaricazioni degli uni sugli altri e la tecnica del capro espiatorio – anziché essere accettati come inevitabili – vengono dialetticamente discusse, così da permettere di comprenderne le dinamiche interne, allora la comunità diventa terapeutica. Ma la dialettica esiste solo quando ci sia più di una possibilità, cioè un’alternativa.

Franco Basaglia, da L’istituzione negata, 1968

La follia esiste perché questa è la condizione umana. Come esiste la ragione, esiste anche la “sragione”. Certamente una delle terapie più importanti per combattere la follia è la libertà. Quando un uomo è libero, quando ha il possesso di se stesso e della propria vita, gli è più facile combattere la follia. Quando parlo di libertà, parlo della libertà di lavorare, di guadagnarsi da vivere, e questa è già una forma di lotta contro la follia. In qualunque modo il manicomio fosse amministrato, sarebbe comunque rimasto un luogo di controllo e non di cura. Quindi il solo modo per affrontare la malattia mentale o la follia era l’eliminazione del manicomio.

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

La cura del malato di mente presenta sempre due facce: la lotta contro la malattia come fatto specifico; e la lotta contro la malattia come fatto sociale, nel senso che il ruolo del malato, nella nostra società, si presenta ambiguamente confuso con quello del debole da mettere fuori gioco, da escludere, da tagliare fuori dalla vita sociale. Parlare di nuove istituzioni psichiatriche significa voler trovare un approccio al malato di mente che intenda agire contemporaneamente sulla malattia di cui soffre, e sull’immagine e la cultura che il malato – quindi l’opinione pubblica – ne conserva. Ma se l’azione sulla malattia come fatto specifico è una questione tecnica, l’azione sul suo aspetto sociale non può essere che politica, se è vero che il tecnico – pur potendo incidere sul formarsi di una nuova cultura che consideri il malato mentale come recuperabile – non è in grado di creare per lui un ruolo sociale soddisfacente, né una realtà umanamente vivibile.

Franco Basaglia, Da La comunità terapeutica e le istituzioni psichiatriche, 1968

Marzo 2019

Che si discutano i problemi del potere; che si parli del concetto di autorità; che ci si appelli ai principi democratici su cui si fonda la nuova psichiatria; che si denomini l’istituzione una comunità terapeutica; che si definisca sociale il nuovo indirizzo psichiatrico solo perché serve come strumento di controllo a favore del sistema; ciò significa semplicemente che una nuova cornice è stata applicata su un vecchio gioco di cui si conoscono le mosse e le finalità. L’istituzione tollerante; l’altra faccia adialettica dell’istituzione violenta, rivela qui nella sua gigantesca efficienza artificiosa, la sua funzione di copertura di un’inefficienza sostanziale e intenzionale. Affrontare i problemi reali significa mettere in discussione tutta la realtà. Ma in questo nostro sistema sociale i tecnici – in ogni settore – continuano ad accettare il ruolo di promotori di nuove ideologie che producano problemi artificiosi cui dedicarsi, perché la realtà continui ad apparire immodificabile a chi la subisce.

Franco Basaglia, Da Lettera da New York. Il malato artificiale, 1969

Il potere destorificante, distruttivo, istituzionalizzante a tutti i livelli dell’organizzazione manicomiale, si trova ad agire solo su coloro che non hanno altra alternativa oltre l’ospedale psichiatrico. Si può, a questa luce, continuare a pensare che il numero dei ricoverati negli istituti psichiatrici corrisponda ai malati di mente di tutti gli strati della nostra società, e che quindi sia solo la malattia a ridurli al grado di oggettivazione in cui si trovano? O non sarebbe invece più giusto ritenere che – proprio perché socio-economicamente insignificanti – questi malati sono oggetto di una violenza originaria (la violenza del nostro sistema sociale) che li spinge fuori della produzione, ai margini della vita associata, fino alle mura dell’ospedale?

Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, da Un problema di psichiatria istituzionale. L’esclusione come categoria socio-psichiatrica, 1966

Carcere e manicomio – una volta separati – continuarono tuttavia a conservare l’identica funzione di tutela e di difesa della «norma» dove l’abnorme (malattia o delinquenza) diventava norma nel momento in cui era circoscritto e definito dalle mura che ne stabilivano la diversità e la distanza. La scienza ha dunque separato la delinquenza dalla follia, riconoscendo, da un lato, alla follia una nuova dignità: quella di un’astrazione, cioè la sua definizione in termini di malattia; e dall’altro alla delinquenza un elemento umano, nel momento in cui essa diventa oggetto di ricerca da parte di criminologi e scienziati, che arrivano ad individuare generici fattori biologici come originari del comportamento abnorme, fino alla scoperta del cromosoma y soprannumerario. Ma, nonostante la separazione ideologica delle due realtà astratte (delinquenza e malattia) ciascuna con la propria istituzione specifica, praticamente resta inalterata la stretta relazione dell’una e dell’altra con l’ordine pubblico; il che mantiene inalterata la funzione di entrambe le istituzioni come tutela e difesa di quest’ordine.

Franco Basaglia, da La giustizia che punisce. Appunti sull’ideologia della punizione, 1971

La malattia mentale è il modo di esprimersi della follia nei vari contesti sociali nei quali sorge. A me non interessa tanto la follia, e neanche la malattia mentale, ma il modo in cui il folle vive la sua vita, tenendo presente il modo in cui si svolge culturalmente la vita della società.

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

La nostra azione sul piano pratico ci ha dimostrato che l’immagine usuale della follia era una costruzione fatta a nostro uso e consumo. Il malato può non essere pericoloso; può non essere di pubblico scandalo; i mezzi di contenzione possono essere eliminati; la segregazione può essere abolita; la cultura della malattia mentale può essere modificata attraverso l’esistenza di strutture terapeutiche che non si fondino sulla semplice custodia. Al contrario il malato di mente è sempre pericoloso, come lo siamo tutti noi, nel momento in cui siamo considerati diversi, cioè oggetti di prevaricazione e di pregiudizio.

Franco Basaglia, da La comunità terapeutica e le istituzioni psichiatriche, 1968

È solo chi non ha un potere contrattuale da opporre che cade nel vortice delle istituzioni. Infatti, il manicomio è l’ospedale per i matti poveri, il carcere è l’istituzione punitiva dei carcerati poveri, così come le case di correzione, gli istituti per minorenni, i brefotrofi e tutte le organizzazioni assistenziali sono popolate dai poveri. Ma questa precisa funzione politico-sociale delle istituzioni è mascherata e coperta dalle ideologie specifiche: per il manicomio dall’ideologia medica che trova nella definizione dell’irrecuperabilità la giustificazione alla natura dell’istituzione; per il carcere dall’ideologia della punizione.

Franco Basaglia, da La giustizia che punisce. Appunti sull’ideologia della punizione, 1971

Febbraio 2019

Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese.

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Una istituzione che intende essere terapeutica, deve diventare una comunità che si fondi sulla interazione preriflessiva di tutti i suoi membri, dove il rapporto non sia il rapporto oggettivante del signore con il servo, o di dà e di chi riceve; dove malato non sia l’ultimo gradino di una gerarchia fondata su valori stabili una volta per tutte dal più forte; dove tutti i membri della comunità possano – attraverso la contestazione reciproca e la dialetizzazione delle reciproche posizioni – ricostruire il proprio corpo e il proprio ruolo.

Franco Basaglia, da L’utopia della realtà, 1974

Una famosa lettera inviata, negli anni venti, dal movimento surrealista ai direttori dei manicomi, così conclude: “domani mattina, all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di comunicare con questi uomini, possiate ricordare e riconoscere che, nei loro confronti, la vostra superiorità è soltanto una: la forza. La stessa lettera, negli anni settanta, può essere ancora una volta indirizzata, senza alcuna modifica, ai direttori dei manicomi, ai direttori delle carceri e ai loro legislatori: “… possiate ricordare e riconoscere che, nei loro confronti, la vostra superiorità è soltanto una: la forza.”

Franco Basaglia, da La giustizia che punisce. Appunti sull’ideologia della punizione, 1971

Gennaio 2019

Prevenire la malattia vuol dire operare per mantenere la salute. Ma noi medici, che siamo istruiti nelle università per curare malattie, non sappiamo cos’è la salute, sappiamo solo che cos’è la malattia. Ma se vogliamo cambiare veramente le cose dobbiamo incominciare a imparare all’università cosa vuol dire il sociale nella medicina, perchè l’uomo non è fatto solo di corpo – è fatto anche di corpo – ma è fatto di sociale, e nel momento in cui il sociale entra nella medicina il medico non capisce più niente, perché è abituato a pensare che il suo malato sia un corpo malato, un fegato malato, una testa malata. Non gli viene mai in mente che questa persona, che questa malattia, che questa situazione possano essere conseguenza della vita. Allora, evidentemente, prevenzione della malattia o mantenimento della salute non vuol dire far diagnosi precoci ma vedere nei posti di lavoro, nei luoghi di vita quali sono le situazioni che determinano la malattia.

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Anche se frutto di una lotta, una legge può essere solo il risultato della razionalizzazione di una rivolta, ma può anche riuscire a diffondere il messaggio di una pratica rendendolo patrimonio collettivo. Anche se frutto di una lotta, una legge può provocare un appiattimento del livello raggiunto dalle esperienza esemplari, ma può anche diffondere e omogeneizzare un discorso creando le basi di una azione successiva. Perché questa legge consente ciò che più volte era stato auspicato: la possibilità di trasferire i contenuti di una lotta dalle mani di pochi in quelle di un numero di persone sempre maggiore, anche se questo comporta il lento abbandono delle esperienze esemplari, come punto di riferimento pratico.

Franco Basaglia, da Prefazione a Il giardino dei gelsi, 1979

La psichiatria dispone dunque di un potere che finora non le è servito a capire qualcosa di più del malato mentale e della sua malattia, ma che ha invece usato per difendersi da loro, adoperando- come arma principale- la classificazione delle sindromi e le schematizzazioni psicopatologiche. L’enumerazione quantitativa dei sintomi ha assunto il significato di uno schermo eretto fra psichiatra e malato, così che lo psichiatra potesse distanziarsi da lui e dalla problematicità della malattia.

Franco Basaglia, da Appunti di psichiatria istituzionale, 1969

Il problema non è negli strumenti. A che servono i nuovi ospedali progettati, le nuove tecniche che continueremo a scoprire; a che cosa serve la comunità terapeutica stessa usata come un nuovo aspetto formale della psichiatria, se la violenza, l’esclusione e lo sfruttamento continuano ad essere l’unico mezzo di smistamento fra i privilegiati e gli oppressi?

Franco Basaglia, da Appunti di psichiatria istituzionale, 1969

Dicembre 2018

Se si considera la malattia mentale una contraddizione dell’uomo che può verificarsi in qualsiasi tipo di società, si può anche dire che ogni società fa della malattia quello che più le conviene ed è la faccia sociale che ne viene costruita che sarà poi determinante nel suo evolversi successivo. È in questi termini che si può parlare di uno stretto rapporto fra psichiatria e politica, perché la psichiatria difende i limiti di norma definiti dall’organizzazione politico-sociale. Se è vero che la politica non guarisce i malati mentali, si può paradossalmente rispondere che però ci si ammala con una definizione che ha un preciso carattere politico, nel senso che la definizione della malattia serve, in questo caso, a mantenere intatti i valori di norma messi in discussione.

Franco Basaglia, da La maggioranza deviante, 1971

L’apertura dell’Ospedale e la libertà di comunicazione sono tali solo se l’esterno vi partecipa come uno dei poli della relazione: la libera comunicazione interna resta un artificio se non si riesce ad aprire e a mantenere un dialogo costante fra interno ed esterno. È solo in questa relazione che la malattia puo’ essere affrontata nella sua duplice faccia, reale e sociale, prendendo in causa-assieme ai sintomi e alle manifestazioni morbose- i pregiudizi, le paure, le diffidenze che ancora la circondano e la alimentano; nonché le difficoltà sociali che ne impediscono la riabilitazione a certi, ben specifici, livelli.

 

Franco Basaglia, da Introduzione a Morire di classe, 1969

Scoprimmo che il nostro lavoro non poteva limitarsi al rapporto con i malati e con la follia, ma dovevamo lavorare soprattutto con la popolazione. Noi dovevamo confrontarci con le idee della gente sulla malattia mentale. Il popolo in generale, e in particolare le sue organizzazioni, dovevano prendere in mano la nostra lotta, perché altrimenti si sarebbe di nuovo “scientificizzata” e sarebbe regredita al livello precedente, cioè sarebbe diventata una nuova ideologia scientifica, di nuovo una ideologia borghese.

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Il malato mentale è un escluso che, in una società come l’attuale, non potrà mai opporsi a chi lo esclude, perché ogni suo atto è ormai circoscritto e definito dalla malattia. È quindi solo la psichiatria, nel suo duplice ruolo medico e sociale, che può essere in grado di far conoscere al malato cos’è la sua malattia e che cosa la società gli ha fatto, escludendolo da sé: solo attraverso la presa di coscienza del suo essere stato escluso e rifiutato, il malato mentale potrà riabilitarsi, dallo stato di istituzionalizzazione in cui lo si è indotto. Nel riconoscergli una possibilità dialettica senza la quale non c’è rapporto umano, né ci sono uomini, potrà contestare la realtà, noi psichiatri che ne siamo i portavoce e quindi la sua stessa malattia come mostruosità sociale, così che si potrà finalmente avvicinarlo solo come malato da curare.

Franco Basaglia, da Un problema di psichiatria istituzionale, 1966

Novembre 2018

La malattia che entra in queste istituzioni è, quindi, sempre più lontana dalla follia come esperienza tragica del mondo, come rapporto di un io con una trascendenza che lo sovrasta, o dalla follia come mostruosità e come delitto: si tratta sempre più dell’esperienza tragica di un corpo con la miseria della sua vita e con l’impossibilità di viverla e di esprimere un margine di partecipazione soggettiva.

 

Franco Basaglia, da Follia/Delirio in Scritti, 1982

Dato il livello ridottissimo delle nostre conoscenze nel campo della malattia mentale (in particolare la schizofrenia, di cui conosciamo le diverse modalità di espressione, ma quasi nulla di ciò che riguarda l’eziologia), non possiamo continuare ad “accantonare” i malati in attesa di raggiungere una più approfondita comprensione di ciò di cui soffrono, aumentandone la sofferenza attraverso la reclusione e la segregazione; tentiamo invece di “accantonare” la malattia come vuota definizione e semplice etichettamento, cercando di creare una possibilità di vita e di comunicazione, tale da consentire insieme l’affiorare e il liberarsi di elementi in grado di darci qualche indicazione per l’indagine futura. Se la malattia resta coperta dalla malattia istituzionale, non si riuscirà ad uscire da questa totale identificazione che ci impedisce ogni possibilità di comprensione.

Franco Basaglia, da Introduzione generale ed esposizione riassuntiva dei vari gruppi di lavori, 1974

Non voglio con questo dire che la malattia non esiste, ma che noi produciamo una sintomatologia – il modo di esprimersi della malattia – a seconda del modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per affrontarla. Il medico diventa gestore dei sintomi e crea un’ideologia su cui poi il manicomio si edifica e si sostiene. Solo così egli può dominare e reprimere le contraddizioni che la malattia esprime.

Franco Basaglia, da  Ideologia e pratica in tema di salute mentale,1982

Anche noi abbiamo compiuto un’azione di violenza nei confronti della comunità, nella lotta pratica, quotidiana, contro la falsa coscienza e l’ideologia dominante. Quando, ad esempio, mandiamo fuori i matti, questa è una violazione che provoca una crisi. Ma in questa situazione di crisi noi siamo a disposizione di coloro che abbiamo violentato. Non è avventurismo, è un “esserci” nella situazione di crisi, con gli altri.

Franco Basaglia, da Conversazione sulla legge 180, 1979

Lo psichiatra agisce sempre nella sua doppia delega di uomo di scienza e di tutore dell’ordine. Ma i due ruoli sono in evidente contraddizione, dato che l’uomo di scienza dovrebbe tendere a salvaguardare e a curare l’uomo malato mentre il tutore dell’ordine tende a salvaguardare e difendere l’uomo sano.

Franco Basaglia, da La Maggioranza deviante, 1971

Ottobre 2018

L’unica possibile azione e l’unico modo di incidere nella nostra realtà, dovrebbe essere la messa in atto di una negazione che riesca a mantenersi tale, anche dopo essere stata assorbita come affermazione del sistema. Se le ideologie sono libertà mentre si fanno, si tratterebbe di continuare a muoversi in un terreno problematico e contraddittorio- come lo è appunto la realtà- resistendo alla tentazione di rifugiarsi nell’ideologia come sistematizzazione scientifica della propria azione, per garantirsi da ogni contraddizione e da ogni verifica.

Franco Basaglia, da La comunità terapeutica e le istituzioni psichiatriche, 1968

Vivere dialetticamente le contraddizioni del reale è l’aspetto terapeutico del nostro lavoro. Se tali contraddizioni- anziché essere ignorate o programmaticamente allontanate nel tentativo di creare un mondo ideale- vengono affrontate dialetticamente; se le prevaricazioni degli uni sugli altri e la tecnica del capro espiatorio- anziché essere accettati come inevitabili- vengono dialetticamente discusse, così da permettere di comprenderne le dinamiche interne, allora la comunità diventa terapeutica. Ma la dialettica esiste solo quando ci sia più di una possibilità, cioè un’alternativa.

Franco Basaglia, da L’Istituzione negata, 1968

Qualsiasi tipo di organizzazione che non tenga conto del malato nel suo libero, personale porsi nel mondo, fallirà il suo compito, perché agirà su di lui come una forza negativa, anche se apparentemente tesa alla sua guarigione. Un potere che agisca su una comunità deve tendere a mantenere in atto uno stato di conflitto per rispettarne ogni singolo membro. Ogni potere che tenda ad eliminare le resistenze, e opposizioni, le reazioni di chi è a lui affidato, è arbitrario e distruttivo, sia che si presenti sotto l’effige della forza, che sotto quella del paternalismo e della beneficenza.

Franco Basaglia, da Un problema di psichiatria istituzionale, 1966

 

Finora il malato mentale sembra sia stato il solo a pagare per la paura che la società tuttora prova di fronte alla sua malattia. Al momento di proporre quindi un rinnovamento in campo di assistenza psichiatrica, si chiarisca se, nella possibilità di curare i malati mentali, come attualmente ci si trova dopo l’avvento dell’era farmacologica, l’ospedale psichiatrico e quindi lo psichiatra debba continuare a limitarsi a difendere la società da chi gli viene affidato o debba curarlo. Se si riconosce la possibilità di curare questi malati, che tutti si sentano coinvolti nella soluzione di questo problema; che la società accetti la sua parte di responsabilità e di «rischio»; che non si limiti ad affidare allo psichiatra un mandato che non può assolvere se non è aiutato da strutture (ospedaliere ed extraospedaliere) che siano costruite per la difesa, la protezione, la libertà, la guarigione, il reinserimento del malato e non per la sua distruzione, la sua istituzionalizzazione.

 

Franco Basaglia, da Potere ed istituzionalizzazione, 1965

Settembre 2018

Per me, che si parli di psicologo o di schizofrenico, di maniaco o di psichiatra è la medesima cosa: sono tanti i ruoli, all’interno di un manicomio, che non si sa più chi è il sano o il malato. Io direi che una della condizioni del nostro lavoro fu che la nostra unione non scaturiva dalla tecnicizzazione, ma dalla finalità politica che univa tutti. Essere psicologo, psichiatra, terapeuta occupazionale, ecc. ed essere internato era la medesima cosa perché, quando ci univamo in assemblea per discutere, tutti cercavano di dare il loro contributo per un cambiamento. Noi capimmo, per esempio, che un folle era molto più terapeuta di uno psichiatra, e allora lo psicologo e lo psichiatra erano messi in discussione.

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

 

 

In medicina, l’incontro tra medico e paziente si attua nel corpo stesso del malato. Questo corpo che si offre al medico per essere curato, non corrisponde al “corpo vissuto”, al “corpo proprio”, con tutte le modalità e le implicazioni soggettive ad esso inerenti, ma viene considerato dal medico nella sua nuda materialità ed oggettualità. Che il corpo visitato dal medico appartenga al soggetto specifico che lo vive e lo significa, ciò esula dalla finalità del rapporto che viene ad instaurarsi. Il soggetto, che pur è il significato di quel corpo sofferente, non viene preso in causa in questa relazione particolare, come se fosse mantenuto ad una certa distanza. In questo senso l’incontro tra medico e malato si attua attraverso un corpo anatomico che serve, contemporaneamente, come soggetto di indagine e come secondo polo del rapporto; si tratta cioè, di un incontro tra un soggetto ed un corpo cui non viene data altra alternativa oltre essere oggetto agli occhi di chi lo esamina. Estraneo dunque a quest’ultimo quanto al soggetto che lo significa, pur essendo insieme il momento cruciale e la finalità stessa della relazione.

 

Franco Basaglia, da Le Contraddizioni della comunità terapeutica, 1970

Se la malattia, oltre a essere un fenomeno naturale, è vista anche come un prodotto storico-sociale, il suo valore e il suo significato mutano con il mutare di ciò che è- per l’organizzazione sociale in cui si trova inserito- l’uomo che ne è portatore, secondo logiche di potere della scienza, nascoste dietro a “storie di malattie spiegate al letto del paziente” e a corpi come “manichini pedagogici”.

 

Franca Ongaro Basaglia, da Clinica, 1978

Ciò che si va evidenziando nelle nuove strutture psichiatriche, tuttora ristrette entro i limiti del capovolgimento del sistema tradizionale, è che l’ospedale psichiatrico non è un’istituzione che guarisce, ma una comunità che si guarisce affrontando le proprie contraddizioni, dato che si tratta di comunità reali, ricche di tutte le contraddizioni che caratterizzano appunto la realtà. Per questo, dal momento in cui il mondo istituzionale non sarà più rinchiuso entro i confini di una realtà artificiosa, verrà a trovarsi faccia a faccia con il mondo esterno che, a sua volta, dovrà imparare ad accettare le proprie contraddizioni non avendo più un luogo in cui relegarle.

 

Franco Basaglia, da Che cos’è la psichiatria, 1967

Giugno 2018

La nostra azione di rovesciamento ha avuto inizialmente questo significato: smascherare la violenza dell’istituzione psichiatrica, dimostrare la gratuità ed il carattere puramente difensivo delle misure repressive manicomiali, attraverso l’edificazione di una dimensione istituzionale diversa, dove il malato potesse gradualmente ritrovare un ruolo che lo togliesse dalla passività in cui la malattia, prima, e l’azione distruttiva dell’istituto, poi, lo avevano fissato. In questo senso l’avvio ad una nuova dimensione terapeutica doveva passare attraverso la distruzione della realtà manicomiale in quanto autoritario-gerarchico-repressivo-punitiva, per giungere a costituire un’istituzione dove la libera comunicazione fra malati, infermieri e medici avrebbe sostituito le mura e le sbarre, nell’azione di sostegno e di protezione per i malati.

 

Franco Basaglia, da Le contraddizioni della comunità terapeutica, 1970

Bisogna capire che il valore dell’uomo sano e malato, va oltre il valore della salute e della malattia; che la malattia come ogni altra contraddizione umana può essere usata come occasione di appropriazione o di alienazione di sé, quindi come strumento di liberazione o di dominio.

 

Franca Ongaro Basaglia

Finchè si resta all’interno del sistema, la nostra situazione non può che essere contraddittoria: l’istituzione è contemporaneamente negata e gestita, la malattia è messa fra parentesi e curata, l’atto terapeutico rifiutato e agito. La nostra realtà è continuare a vivere le contraddizioni del sistema che ci determina, gestendo un’istituzione che neghiamo.

 

Franco Basaglia, da L’istituzione negata, 1968

In medicina, l’incontro tra medico e paziente si attua nel corpo stesso del malato. Questo corpo che si offre al medico per essere curato, non corrisponde al “corpo vissuto”, al “corpo proprio”, con tutte le modalità e le implicazioni soggettive ad esso inerenti, ma viene considerato dal medico nella sua nuda materialità ed oggettualità. Che il corpo visitato dal medico appartenga al soggetto specifico che lo vive e lo significa, ciò esula dalla finalità del rapporto che viene ad instaurarsi. Il soggetto, che pur è il significato di quel corpo sofferente, non viene preso in causa in questa relazione particolare, come se fosse mantenuto ad una certa distanza. In questo senso l’incontro tra medico e malato si attua attraverso un corpo anatomico che serve, contemporaneamente, come soggetto di indagine e come secondo polo del rapporto; si tratta cioè, di un incontro tra un soggetto ed un corpo cui non viene data altra alternativa oltre essere oggetto agli occhi di chi lo esamina. Estraneo dunque a quest’ultimo quanto al soggetto che lo significa, pur essendo insieme il momento cruciale e la finalità stessa della relazione.

 

Franco Basaglia, da Le contraddizioni della comunità terapeutica, 1970

Maggio 2018

Il potere non è qualcosa che si acquista, si strappa o si condivide, qualcosa che si conserva o che si lascia sfuggire; il potere si esercita a partire da innumerevoli punti e nel gioco di relazioni disuguali e mobili.

 

Michel Foucault

Molti non vollero vedere nel passato, e non vogliono vedere ancora oggi, i fatti nudi e crudi della psichiatria, cioè che gli psichiatri diagnosticano malattie senza che esistano lesioni e curano dei pazienti senza averne il diritto.

 

Thomas Stephen Szasz

L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Dieci, quindici, venti anni addietro era impensabile che il manicomio potesse essere distrutto. D’altronde, potrà accadere che i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra maniera, e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

Ciò che si va evidenziando nelle nuove strutture psichiatriche, tuttora ristrette entro i limiti del capovolgimento del sistema tradizionale, è che l’ospedale psichiatrico non è un’istituzione che guarisce, ma una comunità che si guarisce affrontando le proprie contraddizioni, dato che si tratta di comunità reali,ricche di tutte le contraddizioni che caratterizzano appunto la realtà. Per questo, dal momento in cui il mondo istituzionale non sarà più rinchiuso entro i confini di una realtà artificiosa, verrà a trovarsi faccia a faccia con il mondo esterno che, a sua volta, dovrà imparare ad accettare le proprie contraddizioni non avendo più un luogo in cui relegarle. In questo senso si può parlare di un incontro delle due comunità (quella esterna e quella interna), già fisicamente concretatosi nell’espandersi della città fino alla periferia dove, un tempo, era confinata la casa della follia, e nell’evolversi della comunità chiusa che -nel suo manifestarsi una comunità viva, reale e contradditoria- si troverà a scontrarsi dialetticamente con la realtà da cui è stata partorita. Si potrà così minare contemporaneamente e l’ideologia dell’ospedale come macchina che cura, come fantasma terapeutico, come luogo senza contraddizioni; e l’ideologia di una società che, negando le proprie contraddizioni, vuole riconoscersi come una società sana.

 

Franco Basaglia, da Che cos’è la psichiatria, 1967

Aprile 2018

Nella misura in cui la psichiatria rappresenta gli interessi o i pretesi interessi dei sani, la violenza nella psichiatria è essenzialmente la violenza della psichiatria.

 

David Cooper

Penso ci sia un altro tipo possibile di psichiatria, a vantaggio dell’individuo, a vantaggio della società…di una società immaginabile come un’associazione di uomini liberi che vivono assieme, senza sfruttarsi l’un l’altro.

 

Ronald Laing

Oggi si parla di territorio come se fosse una parola magica. Tutti parlano del territorio.Il territorio non è il nuovo spazio al posto del vecchio, ma è la situazione nella quale l’uomo gioca la propria contrattualità sociale e combatte contro l’invalidazione. Ciò che conta è che il territorio lascia esprimere la soggettività dell’uomo: si esce dal luogo chiuso nel quale l’uomo non poteva essere altro che oggetto,mentre l’uomo, al contrario,si esprime come soggetto. Attraverso il rapporto di fiducia che si costruisce tra il curante e il curato, si esprime la soggettività e, se non c’è questo rapporto di fiducia alla base non ci può essere nessuna terapia; non ci può essere nessun modo di rispondere ai bisogni delle persone.

 

Franco Basaglia

Mai la psicologia potrà dire la verità sulla follia, perchè è la follia a detenere la verità della psicologia.

 

Michel Foucault

Marzo 2018

Io credo che questa esperienza, che è stata importante, sia particolarmente significativa perchè è stata un’esperienza anche di infermieri, di persone che hanno rintracciato nel rapporto con questi sofferenti, fino ad allora trattati come bestie feroci, un canale di comunicazione. Questa credo sia stata la cosa iniziale che mi ha fatto capire come la psichiatria era sì una branca della medicina, ma era e diventava soprattutto un modo di impostare rapporti di comunicazione sociale, aree di progetto comune, di vita collettiva e infine di superamento delle istituzioni!

 

Agostino Pirella

Dopo l’apertura dei padiglioni di Gorizia, nel 1963/64, tutti si aspettavano di vedere cose orribili. (…) E non accadde nulla (…) le persone si comportavano correttamente, chiedevano cose molto giuste, volevano cibo migliore, possibilità di relazione uomo-donna, tempo libero, libertà per uscire, ecc., cose che uno psichiatra nemmeno immagina che il suo malato possa chiedere. (…) Cominciammo a divulgare e a mostrare che era possibile gestire un manicomio in maniera differente. Tutto questo ci portò, implicitamente, a una riflessione di carattere politico: le classi oppresse erano internate e l’ospedale era un mezzo di controllo sociale da parte del potere.

 

Franco Basaglia, da Conferenze brasiliane, 1979

L’ideologia è libertà mentre si fa e oppressione quando si è costituita.

 

Jean-Paul Sartre 

La differenza principale fra lo psichiatra e il malato che gli sta di fronte non risiede nello squilibrio fra salute e malattia, ma in uno squilibrio di potere. Una delle due persone ha un potere maggiore, talora un potere assoluto, per cui può definire il ruolo dell’altra secondo il proprio linguaggio.

 

Giovanni Jervis, da L’istituzione negata, 1968

Febbraio 2018

L’umanesimo consiste nel voler cambiare il sistema ideologico senza toccare l’istituzione; il riformismo nel cambiare l’istituzione senza toccare il sistema ideologico. L’azione rivoluzionaria si definisce al contrario come una scossa simultanea della coscienza e dell’istituzione; il che presuppone che si attacchino i rapporti di potere di cui sono lo strumento, lo scheletro e l’armatura.

 

Michel Foucault, da Microfisica del potere

Un malato di mente entra nel manicomio come “persona” per diventare “cosa”. Il malato, prima di tutto, è una “persona” e come tale deve essere considerata e curata. Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone.

 

Franco Basaglia

Nessuno sostiene che la malattia mentale non esiste, ma la vera astrazione non è nella malattia così come può manifestarsi, ma nei concetti scientifici che la definiscono senza farvi fronte come fatto reale. Che cosa significa schizofrenia, psicopatia o devianza, se non dei concetti astratti e irreali, l’assolutizzazione di una nostra mancata comprensione della contraddizione che siamo noi e che è la malattia? Che cosa sono le definizioni se non il tentativo di risolvere in concetti astratti queste contraddizioni, che si riducono soltanto a merce, etichetta, nome, giudizio di valore che serve a confermare una differenza?

 

Franco Basaglia, da La maggioranza deviante, 1971

Eppure la diversità basta accettarla. Anche quando è talmente tangibile che non si può far finta che non esista, come nel caso dei matti. Basta solo riconoscere il diverso da te e non farti fagocitare dall’ansia che costringe a incasellare tutti e tutto in regole e categorie precise che pretendono di dare un ordine tranquilizzante al mondo”

 

Alberta Basaglia, da Le nuvole di Picasso

Gennaio 2018

La negazione non implica un «positivo» cui riferirsi come ad un modello, ma il semplice rifiuto di perpetuare la istituzione, il tentativo di mutarla mettendola continuamente in crisi. Questo atto di negazione sistematica coinvolge non soltanto il ruolo tradizionale del medico (che si appropria così in persona prima del potere), ma anche i ruoli dell’infermiere e del malato. Si nega, e si contesta, il valore del ruolo del «buon malato», cioè del servo docile sempre pronto, il ruolo del malato regredito, del capo-infermiere autoritario. La negazione investe poi i rapporti, i riti istituzionali. Perchè ogni iniziativa deve essere presa dall’alto? Perchè al malato deve essere «donato» ciò che riceve? Partendo dalla negazione della violenza, che viene così smascherata, si giunge alla radicale negazione dell’istituzione, come luogo in cui ciascuno non decide mai di sé.

 

Agostino Pirella, da L’istituzione negata, 1968

Dovunque si eserciti il potere, scompare la libertà.

 

Michel Foucault

In un’opera di psichiatria, mi interessano solo i discorsi dei malati.

 

Emil Cioran