Abbiamo chiuso gli Opg: ora non facciamo altre prigioni per i “matti”

Sull’Espresso un articolo di Ignazio Marino

 

Solo pochi giorni dopo la chiusura degli Opg, il Senato ha approvato, con voto di fiducia al Governo Gentiloni, un decreto legge sulla giustizia che rischia di vanificare il lavoro fatto in decenni. Scelta consapevole o errore di distrazione del Parlamento e del Governo? Nel decreto, infatti, è stata introdotta una norma che riporta tutto al punto di partenza. Nelle nuove Rems non andranno solo coloro ai quali è stata accertata l’infermità mentale al momento del reato, ma anche tutti coloro per i quali l’infermità di mente sia sopravvenuta in carcere, e anche i detenuti per i quali occorra accertare le condizioni psichiche, qualora il carcere non sia idoneo a garantire i trattamenti terapeutico-riabilitativi. Esattamente ciò che si voleva evitare.

Speravamo in una storia a lieto fine, in cui l’Italia, pur con mille lentezze e nell’indifferenza dei Parlamenti che si sono susseguiti, era riuscita a fare un passo di civiltà, a vincere la sfida del rispetto degli esseri umani e di un approccio alla salute mentale diverso dal passato. Ma con questo decreto legge si ritorna di fatto alla vecchia logica in cui tutti i rei con problemi di disturbi mentali finiranno nelle Rems, che diventeranno rapidamente sovraffollate e ingestibili. Ovvero si ritornerà ai vecchi Opg. Ora l’auspicio è che alla Camera dei Deputati se ne rendano conto e in un sussulto di responsabilità modifichino quanto fatto al Senato.

Vale la pena ricordare che cosa erano gli Opg, come li ho visti con i miei occhi durante i blitz effettuati dalla Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale. Nel 2011 gli internati erano circa 1500, tutti rinchiusi in maniera indistinta indipendentemente dalla patologia psichiatrica, tutti sottoposti ai medesimi trattamenti, e cioè nella maggior parte dei casi non curati affatto, trattati da detenuti e non da ammalati. Durante i sopralluoghi abbiamo visto persone legate nude per molti giorni a letti di ferro, senza materasso, con un buco in mezzo per la caduta delle feci e delle urine in un pozzetto sottostante. Celle roventi per il caldo estivo senza un frigorifero, dove gli internati utilizzavano il buco della latrina di un bagno alla turca per rinfrescare le loro bottiglie d’acqua. Spesso persone rinchiuse sebbene senza alcuna pericolosità sociale: mi viene in mente un uomo che era stato internato nel 1985 perché si vestiva da donna. E non è mai più uscito. O un altro che era stato rinchiuso perché aveva tentato una rapina simulando una pistola con il dito sotto la giacca ed era sepolto a Barcellona Pozzo di Gotto da venti anni.

Dal punto di vista strutturale, parliamo di edifici fatiscenti, dagli odori nauseanti, a volte senza i vetri alle finestre, sovraffollati. Difficile definirli ospedali, di fatto erano luoghi di tortura, come erano stati definiti nel 2008 anche dai rappresentanti del Consiglio d’Europa.

Condizioni che valevano anche per gli agenti di polizia penitenziaria che, lavorando dentro gli Opg, condividevano gli stessi spazi e spesso dovevano anche supplire alle carenze del personale sanitario.
Nel 2012 le immagini che riprendemmo finirono in prima serata sulla Rai, nella trasmissione di Riccardo Iacona, e poi in un film del regista Francesco Cordio “Lo Stato della follia”. Di fronte a una vergogna svelata, in cui i protagonisti testimoniavano di vivere in condizioni peggiori degli animali, peggio che in un manicomio, peggio che in galera, tutta l’Italia rimase senza parole.

Eppure ci sono voluti altri sei lunghi anni, una nuova legge e un Commissario del governo per farla applicare. La legge del 2014 ha introdotto tre principi per il superamento degli Opg: l’internamento deve essere l’estrema ratio, l’eccezione quando lo psichiatra certifica che non si può percorrere nessun’altra strada; le misure di sicurezza non possono eccedere la pena massima prevista per il reato compiuto, dunque basta con gli ergastoli bianchi; nelle strutture non sono ammesse pratiche coercitive come la contenzione. Per completare il percorso servirebbe la revisione del codice penale, che risente ancora dell’impostazione secondo cui un criminale matto deve essere internato e tenuto ben lontano dal resto della società.

Impresa tutt’altro che facile perché non è solo il codice penale che deve cambiare. Dovrebbe cambiare il modo di pensare, superando pregiudizi molto radicati nei confronti dei pazienti con disturbi mentali. Perché in Italia la follia è ancora considerata un tabù, qualcosa da nascondere, e allora tanto meglio se i matti sono allontanati, rinchiusi lontano dalla nostra vista, dai nostri pensieri. In fondo sono matti. Certo, la questione è delicata. Perché in alcuni casi queste persone, benché malate, hanno commesso dei crimini efferati, hanno ucciso degli innocenti, hanno generato tanta sofferenza.

Personalmente, sostengo pienamente il principio sancito dalla legge secondo cui tutti coloro che hanno commesso reati ma non rappresentano un pericolo per sé stessi o per gli altri non devono essere rinchiusi ma curati per la loro patologia. Se però parliamo di situazioni molto gravi, come qualcuno che ha ammazzato delle donne, le ha tagliate a pezzi e nascoste nel bagagliaio della macchina, per citare un caso realmente accaduto, non penso si possano evitare le misure restrittive, pur nell’attenzione alla cura della malattia mentale.
Infine, penso sia giusto condannare un folle reo e curarlo durante il periodo di restrizione della sua libertà. Ma curare veramente, senza legare ai letti di contenzione per punire, senza farmaci per stordire o altre misure per umiliare. Perché se la libertà di un essere umano può essere limitata, il rispetto della sua dignità no.

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