La Carta di Trieste, un documento non solo sulla carta

Conosciamo la Carta di Treviso sulla tutela dell’infanzia, la Carta di Roma sul rispetto per i migranti, conosciamo altri documenti deontologici che i giornalisti si sono dati nel corso degli anni, ma poco o nulla sappiamo della Carta di Trieste. Si tratta di un “codice etico per i giornalisti e gli operatori dell’informazione sulle notizie concernenti cittadini con disturbo mentale e questioni legate alle salute mentale in generale”, che è stato redatto a Trieste, nel 2010, nello splendido parco di San Giovanni che un tempo ospitava un manicomio: quello dove si realizzò la “rivoluzione basagliana” che ebbe il suo approdo normativo nella Legge 180. La Carta di Trieste fu fatta propria dal consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Sono passati cinque anni. Ma su quel documento così importante è calato il silenzio dentro e fuori la categoria. Molti, come si diceva, non ne conoscono nemmeno l’esistenza.

“Non sono qui per dire cosa dovete o non dovete scrivere – ha detto fra le tante cose Dell’Acqua -, vi invito solo a ricordare che davanti a noi, davanti a voi c’è sempre una persona. La Legge 180 non ha chiuso solo i manicomi: ha restituito diritti anche a persone affette da disagio o malattia mentale. Si badi bene, senza decolpevolizzare nessuno: credo infatti che bisogna sempre riconoscere al cittadino la propria responsabilità, senza la quale un uomo non esiste…”.
Dell’Acqua ha fatto anche un interessante parallelo fra l’ormai famosa frase di Emma Bonino, pronunciata oltre un anno fa alla scoperta di avere un tumore ai polmoni (“Io non sono la mia malattia…”) e il lavoro avviato tanti anni fa da Basaglia assieme all’equipe di cui anche lui, giovane psichiatra arrivato da Salerno in quella Trieste che non avrebbe più abbandonato: anche allora di tentava di riaffermare il diritto di ogni essere umano, di ogni donna e di ogni uomo, a essere considerato tale, con i suoi diritti e i suoi doveri, a prescindere dal proprio disagio o dalla propria malattia.

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