Opg, un’altra vittoria della vita

La legge 9/2012 prevede che siano sostituiti dalle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). In questi ambienti più piccoli, comunque ad alta sicurezza, ma progettati per garantire ai malati “socialmente pericolosi” l’attivazione di percorsi terapeutico-riabilitativi efficaci, è previsto siano trasferiti tutti coloro per i quali non si possa pensare a una presa in carico della psichiatria territoriale.

È un salto di qualità in termini di umanizzazione e cura. Queste strutture sono luoghi di riabilitazione dal carattere il meno carcerario possibile. Luoghi dove si potrà garantire la dignità degli ospiti. Quella dignità che giustamente s’invoca in tutti i momenti dell’esistenza, per chiunque. Quella dignità che Basaglia per primo ha voluto assicurare ai malati psichiatrici, e la cui bandiera si tratta di continuare a portare avanti, perché si è una persona innanzitutto.

Certo, il timore è che le Rems possano fallire, che un percorso sulla carta lineare possa divenire più tortuoso, ci si trovi a che fare con manicomi in piccolo dove i percorsi riabilitativi diventino via via meno validi. Bisognerà vigilare, in particolare tenendo conto delle criticità legate alla questione della territorialità e al fatto che in non pochi casi lo “stato di infermità” è accertato non in via definitiva, ma per l’esecuzione di “misure di sicurezza provvisoria” dall’autorità giudiziaria.

Eppure la fine degli Opg resta un passo positivo nel segno dell’accompagnamento alla cura per tutti. È una rivoluzione “gentile”, che può sembrare poco importante, perché riguarda la vita di poche centinaia di persone, ma che costituisce un rifiuto radicale della «cultura dello scarto». Fosse anche dello scarto di coloro che potrebbero essere un pericolo per la vita sociale. Del resto «il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni», scriveva Dostoievskij; un monito tanto più valido se parliamo di strutture coercitive per malati.
Una «cultura dello scarto» produce muri, chiusura, un’istituzionalizzazione tanto più disumana quanto più ci si allontana dall’idea del recupero. Mentre una «cultura della riabilitazione» genera ponti, apertura, un accompagnamento del sofferente nelle tante tappe del suo cammino.

Bisogna passare, sempre di più, dall’una all’altra. È un passaggio che richiede a volte tempi lunghi, una ridiscussione profonda di quel che si è sempre pensato. Ma che è possibile. Come mostra il fatto che nessuno senta nostalgia degli antichi manicomi.
Anzi. Qui a Roma, passando per il S. Maria della Pietà – il vecchio manicomio della capitale –, i grandi spazi fatti di padiglioni e viali ricordano a tutta la città come sia possibile trasformare una realtà di segregazione e scarto in un contesto osmotico con il fluire della vita quotidiana, come non sia impossibile restituire a vite confinate in un circuito disumanizzante quella dignità e quella relazionalità, quella pienezza, cui esse hanno diritto. In ogni situazione, anche la più complessa o delicata, occorre riflettere sul valore e sul senso della vita. Su quanto essa sia tante volte umiliata, e non sempre fatta rialzare, e restituita alla sua dignità.”

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