Dopo gli Opg. “Se il paziente è trattato, il suo passato violento non è un fattore di rischio significativo”

Da Quotidiano sanità

“Numerose ricerche condotte a livello internazionale negli ultimi 20 anni hanno dimostrato che vi è un contenuto rischio di violenza associato ai disturbi mentali gravi, come i disturbi psicotici. Tale rischio però può essere prevenuto e contenuto”. Ad evidenziarlo sono gli esperti dell’Irccs Fatebenefratelli, che oggi a Brescia hanno presentato i risultati del progetto VIORMED, finanziato insieme alla Regione Lombardia, per valutare il rischio di aggressività nei pazienti ricoverati nelle strutture di psichiatria forense della Provincia Lombardo-Veneta dei Fatebenefratelli (Brescia, San Colombano al Lambro, Cernusco sul Naviglio, San Maurizio Canavese).

Dallo studio è emerso infatti che “aver commesso atti di violenza in passato non costituisce dunque un fattore di rischio, purché il paziente psichiatrico sia trattato in una struttura idonea, che garantisca assistenza e supporto, e prevenga fattori di rischio di particolare importanza per i comportamenti violenti, come l’abuso di sostanze e di alcool”. Ma “questa importante considerazione viene spesso dimenticata quando si parla di OPG, di REMS (le strutture di piccole dimensioni che hanno sostituito, e stanno sostituendo gli OPG) e in generale di psichiatria forense”, evidenziano gli esperti del Fatebenefratelli. Che mettono accendono però i riflettori su una criticità: il passaggio dagli Opg alle Rems e ai DSM, “richiedono una diversa responsabilità legale degli operatori sanitari e richiede una differente organizzazione degli stessi servizi di salute mentale”. Ma “ripetendo purtroppo gli errori già commessi con la legge 180/1978, non si è affrontato il nodo della formazione del personale, con il rischio di compromettere il disegno complessivo della riforma e soprattutto di negare, o limitare, a questi pazienti psichiatrici il diritto costituzionale alla salute (articolo 32)”.

I dettagli dello studio
Nel dettaglio, lo studio, il primo in Italia nel suo genere, ha preso in esame 82 pazienti affetti da disturbi mentali gravi (per due terzi sofferenti di un disturbo schizofrenico) e ricoverati in quattro strutture residenziali del Nord Italia (tra i quali circa metà con un passato di ricovero in OPG o di in carcerazione), tutti con una storia significativa di comportamenti violenti (documentati a livello clinico). Questi pazienti sono stati valutati con un sofisticato set di strumenti clinici e neuropsicologici (ciascun paziente è stato valutato mediamente per circa 8 ore). Tali pazienti sono stati comparati a 57 pazienti simili per età, sesso e diagnosi, ma che non avevano mai commesso gesti violenti. Tutti sono stati quindi seguiti per un anno, e valutati ogni 15 giorni per rilevare l’eventuale occorrenza di episodi di aggressività verbale o contro gli oggetti, di auto-aggressività o di violenza contro le persone.

Il risultato che ne è emerso è che “tra i due gruppi non sono emerse differenze di rilievo nelle caratteristiche cliniche, psicopatologiche e cognitive, con la sola eccezione di una maggiore frequenza di sintomi cosiddetti ‘negativi’ in quei pazienti affetti da un disturbo psicotico. I sintomi negativi, infatti – spiegano gli esperti del Fatebenefratelli -, rappresentati da inibizione, abulia, ritiro sociale, anaffettività, erano meno frequenti e gravi tra i pazienti che, durante l’anno di follow-up, facevano registrare una minore frequenza di comportamenti aggressivi. Ma il risultato più importante è che tra i due gruppi non si sono registrate differenze significative nell’emergenza di comportamenti violenti, se non per una lieve prevalenza di aggressività verbale nel primo gruppo, limitata alle prime settimane di valutazione. Pertanto i pazienti con storie di violenza, che però sono ospiti di strutture residenziali, in cui sono seguiti ed aiutati, non manifestano tassi di aggressività o violenza più elevati di quelli riportati da pazienti che non hanno mai commesso violenze nel loro passato”.

Studio Viormed, al via la fase II
Ma lo studio non si concluderà qui. E’ ora in corso la seconda parte della ricerca che coinvolge 250 pazienti seguiti dai Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) di Brescia, Garbagnate, Legnano e Monza: “Questa parte del progetto consentirà di capire se simili considerazioni si applicano anche a pazienti a rischio di violenza seguiti ambulatorialmente; per costoro l’aderenza al trattamento non è garantita, come in struttura residenziale, e fattori di rischio importanti, quali l’abuso di sostanze e di alcool non sono automaticamente garantiti come nel setting residenziale”.

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