La normalità? Non abita più qui

Da Il Manifesto:

 

Da circa vent’anni, i film di Domenico Mangano (Palermo, 1976) indagano la diversità. I suoi film e le fotografie raccontano una storia come quando si osserva una figura da lontano, come hanno fatto Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, come avviene nelle «conversazioni» di Vittorini. Ha ventiquattro anni Mangano quando, a Palermo, vince il premio di una manifestazione locale di arte contemporanea, con La storia di Mimmo (1999-2000) un video e una serie fotografica dedicati allo zio schizofrenico. Poi lo ritroviamo in viaggio, dalla Sicilia all’Olanda.
Dal 2014, insieme alla storica dell’arte Marieke van Rooy, Mangano lavora a una serie di tre film sulla malattia mentale, sui movimenti antipsichiatrici degli anni settanta e sull’influenza che hanno esercitato sui sistemi organizzativi di alcune comunità olandesi.  Oggi Mangano e van Rooy, che sono in residenza con i loro due bambini Marinus e Beatrice presso l’Instituto Buena Bista a Curaçao, nelle Antille olandesi, lavorano all’ultimo film della trilogia, insieme a trenta studenti e ai pazienti dell’istituto psichiatrico.

È vero che nella vostra trilogia si ritorna a parlare di Mimmo?
(Domenico Mangano): Per anni, Mimmo è stata la quotidianità per me e per la mia famiglia. Sono cresciuto con Mimmo in casa e lo rivedo nei pazienti, adesso che lavoro con loro. Hanno lo stesso modo di parlare, di balbettare, di disegnare. Oggi Mimmo è un villaggio. È diventato una comunità indipendente, capace di autogestirsi. In Olanda, dove vivo oggi, si cerca di creare piccole comunità dove i malati mentali si organizzano e, in alcuni casi, raggiungono una condizione di autonomia. Quando ho cominciato a occuparmi di questo progetto, mi ha colpito l’ossessione degli olandesi (come degli europei) di controllare tutto, persino la malattia mentale. Era un paradosso, così ho pensato di lavorarci su. Il primo film, Birds Singing, Sandy Ground (2014), che ora fa parte della collezione della Gam di Torino, si svolge a Beetsterzwaag, un villaggio nella Frisia olandese abitato da cinquecento «matti». Sono persone con handicap legati a patologie mentali, ospiti dell’istituto psichiatrico De Wissel. Qui i pazienti lavorano ogni giorno, sono liberi di convivere con la propria disabilità e di condurre un’esistenza in modo indipendente. Sembra di trovarsi in un qualsiasi quartiere residenziale, ma i gesti si ripetono uguali all’infinito, finché non ti ritrovi in un’atmosfera surreale, che diventa la «normalità». E non riesci più a distinguere chi è «pazzo» da chi non lo è.

Come è nata la collaborazione con Marieke van Rooy?
Il secondo film della trilogia, Homestead of Dilution (2015), è stato realizzato a quattro mani con Marieke van Rooy. Tutto il film ha un approccio più storico e di ricerca e, soprattutto, è incentrato sul concetto di «diluizione», ossia sull’incontro tra i pazienti di ospedali psichiatrici con persone cosiddette «normali». Negli anni settanta, in Europa, vennero attuate moltissime riforme per quanto riguarda la cura della salute mentale. In Italia, ad esempio, abbiamo i casi rivoluzionari di Franco Basaglia, prima a Gorizia e poi a Trieste. Nei Paesi Bassi, invece, un giovane psicologo hippie, Carel Muller, si fece promotore di un movimento di emancipazione estrema dei malati di mente. Insieme all’architetto Frans van Klingeren, propose una trasformazione del suo istituto, con l’aggiunta di servizi e infrastrutture che potevano essere utilizzati da altri, non solo dai pazienti. Questo processo di miscelazione tra persone «diverse» prese il nome di «diluizione» (verdunning). Il famoso esperimento di Muller fu interrotto dopo quattro anni.
Homestead of Dilution mette in scena la riattivazione di quel concetto attraverso la nostra collaborazione con i pazienti della clinica psichiatrica Willem Arntz Hoeve, a Den Dolder, in Olanda, esattamente dove, anni prima, Muller portò avanti il suo metodo. Qui, infatti, da quindici anni esiste la residenza d’artista «Het Vijfde Seizoen» (La quinta stagione).

(Marieke van Rooy): Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sul rapporto tra politica e architettura. Nello specifico, ho analizzato l’architettura delle case popolari in Olanda negli anni settanta, ma quel momento di grande fermento culturale può essere analizzato anche attraverso le riforme nella sanità olandese di quello stesso periodo. Nell’archivio di Carel Muller, all’International Institute of Social History ad Amsterdam, ho trovato un documento del 1971 che descriveva i desideri dei pazienti e del personale sulle attività che potevano essere realizzate per invogliare anche gli individui «normali» a visitare la clinica. Abbiamo fatto la stessa inchiesta con i pazienti che si trovano lì oggi.


Qual è stato il ruolo dell’architettura nell’esperimento di Muller?Avete mai incontrato Carel Muller?

(Domenico Mangano): Abbiamo avuto uno scambio di email molto produttivo, lui ha un carattere riservato. Anni fa, fu anche arrestato a causa del suo esperimento. Nel film mostriamo le foto dell’arresto: Carel teneva un fiore in mano. Poiché ai pazienti era permesso di emanciparsi, un po’ come in «Cockoo’s Nest», i medici più conservatori parlarono subito di scandalo. E la stampa gli diede spazio. Mi piace definire Muller l’omologo olandese di Franco Basaglia. L’intera trilogia presenta un quadro sulla malattia mentale e le utopie dei sistemi organizzativi e comunitari olandesi… È stata centrale per il nostro lavoro.
(Marieke van Rooy): Muller proponeva dei cambiamenti dentro le istituzioni, voleva dare più libertà ai pazienti annullando le gerarchie tra il personale e i pazienti stessi.

(Domenico Mangano): Muller voleva mettere in pratica le sue idee anche attraverso l’architettura. Per questo esperimento, collaborò con l’architetto progressista Van Klingeren, ma insieme non realizzarono nessuna opera. Nel secondo film della trilogia, abbiamo prodotto la stessa indagine che i due avevano condotto insieme anni prima: abbiamo chiesto ai pazienti quali spazi volevano fossero costruiti nel centro psichiatrico. Così, nel film c’è un Safari Park immaginario; una sala per il bowling, quella per i concerti. Abbiamo chiesto ai pazienti di mimare quello che non possono fare. Come nell’ultima scena di Blow Up, dove i due attori giocano a tennis senza la pallina.

(Marieke van Rooy): Negli anni settanta, in Olanda, le riforme sanitarie e la progettazione di nuove case popolari tenevano enormemente in considerazione la possibilità di contribuire all’emancipazione dell’individuo nella società. In architettura, tutto ciò permetteva agli abitanti di partecipare attivamente alla progettazione delle loro case. Seguendo questo principio, i piani regolatori e urbanistici favorirono dimensioni più umane e intime; intanto si creava più spazio per le piccole comunità. Lo stesso tipo di approccio si adottò nei confronti delle strutture psichiatriche, sia nello studio della struttura concreta – dell’architettura, sia nell’organizzazione amministrativa. Quest’idea di emancipazione dell’individuo divenne un vero e proprio concetto politico, che fu abbracciato dal potere governativo dei Paesi Bassi di quel momento, mentre in alcuni paesi europei rimase solo simbolicamente sulla carta.

In che modo il vostro progetto si inserisce nella politica e nel sistema sanitario olandese contemporaneo? Quali furono, secondo voi, i motivi del fallimento di questi esperimenti?
(Marieke van Rooy): Negli ultimi anni stanno chiudendo molte cliniche psichiatriche in Olanda. Da un lato, c’è la volontà di riportare i pazienti in città, perché qui avrebbero maggiore contatto con la realtà. Dall’altro, c’è chi rifiuta di avere dei «matti» come vicini di casa. L’esperimento di Muller, che abbiamo raccontato nel secondo film, proponeva un’alternativa a questo sistema: dare a tutti gli abitanti di una comunità la possibilità di mescolarsi tra di loro. All’inizio del XX secolo le cliniche erano dei ghetti. Per evitare qualsiasi forma di segregazione residenziale, Muller propose di portare in quei luoghi dei servizi fruibili anche dalla gente «normale», con lo scopo di attivare i luoghi abitati dai soli pazienti delle cliniche psichiatriche.
Alla fine del suo esperimento, Muller giunse alla conclusione che, nonostante la società olandese apparisse molto liberale, dimostrò di non tollerare alcuna forma di anormalità. Questo fu uno dei fattori che contribuì fallimento del suo esperimento, e la ragione per cui si creò solamente una finta idea di integrazione.

(Domenico Mangano): Il punto di partenza per il terzo e ultimo film, che stiamo realizzando qui nelle Antille olandesi, è ancora l’idea di «diluizione». In questo caso, però, lo mettiamo in pratica, con tutta la famiglia. Per Muller, infatti, il nucleo familiare era fondamentale per stabilire una relazione, nel processo di integrazione con i pazienti. È il tipo di approccio che seguiamo anche noi. Di conseguenza, il concetto della famiglia diventa sostanziale e la nostra presenza è una costante per tutti e tre i film della trilogia. Stiamo lavorando con i pazienti, ci mescoliamo a loro. Spesso, gli artisti in residenza al Buena Bista, una sorta di Istituto d’arte all’interno della clinica, coinvolgono solo gli studenti. Nel nostro caso, e secondo il processo di «diluizione», sono parte attiva del progetto. Anche se all’inizio hanno avuto un po’ di difficoltà ad approcciare gli ospiti della clinica, alla fine hanno stabilito un buon rapporto di collaborazione con i pazienti. Ci auguriamo che ci sia la stessa energia anche quando, nelle prossime settimane, pazienti e studenti realizzeranno insieme degli oggetti, frutto della loro fantasia. È un’azione volta a stabilire un semplice rapporto umano.

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