La banalità del bene: la grande lezione di Franco Basaglia

Quando Franco Basaglia – fondatore della concezione moderna della salute mentale – arriva a Trieste trova una struttura fatiscente con gli internati in condizioni miserabili, centinaia di profughi giudicati “malati di mente” parte di quei trecentomila che avevano lasciato l’Istria. Ha però dalla sua l’esperienza a Gorizia con le prime pratiche innovative e una provincia amica che mette a disposizione tre miliardi di lire per risanare il vecchio manicomio. Nascono nuovi padiglioni, al grigiore si sostituiscono i colori, al lavoro interno si aggiunge quello esterno. Richiamati dal nuovo corso arrivano giovani medici, psicologi, sociologi, assistenti sociali e volontari da varie parti del mondo. Nasce un laboratorio di studi e di pratiche con artisti comeGiuliano Scabia e l’epopea del grande cavallo azzurro di cartapesta, Marco Cavallo, che diventerà simbolo della liberazione. C’è chi guarda con simpatia al nuovo corso e chi ne è terrorizzato ma dopo alcuni anni viene approvata la legge 180 che sancisce la chiusura dei manicomi in tutta Italia, anche se ci vorrà tempo prima che trovi reale applicazione. Se volessimo sintetizzare quaranta anni di esperienze di buone pratiche nella salute mentale, dovremmo partire da questa storia e rovesciare la frase della Arendt, dall’orrore dell’istituzione manicomiale, alla “banalità del bene”, al lenimento della vicinanza, la prima e fondamentale invenzione di Basaglia. «Sì, il principale elemento di questa lunga storia – dice lo psichiatra Franco Rotelli – è di sicuro la vicinanza affettiva e personale dei medici e degli operatori, il coinvolgimento attivo di persone che hanno messo in gioco la propria esistenza per una nuova idea di dignità e rispetto della persona, che hanno voluto cogliere non il disvalore di “malati” ma la bellezza, le qualità, le storie private delle persone, questo è stato il primo grande insegnamento di Basaglia». Da questa storia parte “L’istituzione inventata”, il libro pubblicato nella collana 180 diretta daPeppe dell’Acqua e che verrà presentato questa sera nell’ambito di Salerno Letteratura. Un titolo che riprende quel filo di “L’Istituzione negata” di Basaglia e lo rovescia e lo integra documentando con parole e immagini le pratiche del grande maestro e le esperienze contigue di quanti hanno continuato negli anni quell’insegnamento. È il percorso dello stesso Rotelli, da collaboratore basagliano a direttore del Dipartimento di Trieste, all’incarico di consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia. Una storia che ha cambiato anche le vite degli stessi psichiatri che oggi portano questa testimonianza in giro per l’Italia. «In queste presentazioni – aggiunge Rotelli – vediamo di continuo quanto il nostro paese sia ricco di persone, di idee, di esperienze e questo ci dà forza. Bisogna inventare il futuro medicando le città, curandone le istituzioni. Siamo partiti dall’apertura dell’istituzione del manicomio e siamo passati ad una diretta assunzione di responsabilità; non bastava abbattere i muri della paura, dell’ignoranza ma anche comprendere cosa mettere al posto di queste macerie. Da qui l’idea di una città che cura e che riguarda un’ampia rete diffusa di soggetti, con servizi aperti 24 ore, la creazione di piccole vivaci comunità, il lavoro a domicilio, la conoscenza dell’ambiente in cui la persona vive». Ma perché questo sia possibile è necessario avere mezzi e risorse: «I mezzi non sono mai troppi – dice Rotelli – ma spesso manca la capacità di non sprecare quelli a disposizione in iniziative poco efficaci come i centri di riabilitazione che non riabilitano per niente; oggi la Lorenzin dice che la salute mentale è il fanalino di coda della sanità, ma a lei tocca trovare soluzioni non denunciare i problemi».

Quindi dopo quaranta anni di lavoro sulle buone pratiche, c’è ancora molto da fare: «È necessario un cambio di ruolo del medico, questo è il primo punto, è un lavoro difficile perché si tratta di creare un’altra ingegneria sociale, la risposta tende ad essere quantitativa e non qualitativa, mentre occorrono soprattutto alleanze, degli uomini della cultura, delle altre istituzioni, degli organismi del territorio, che possono dare accoglienza, questo è il modello della intera città al fianco della cura». Eppure nella quotidianità di chi si trova ad affrontare il problema, resta forte la sensazione che qualcosa non ha funzionato e che prescinde dal valore storico di quella esperienza. «Se guardiamo alle problematiche diffuse, è così ma in questi anni sono stati fatti passi da gigante, sono stati superati i manicomi dove erano rinchiuse migliaia di persone, è passato il messaggio della non esclusione; sono stati aperti centri sul territorio molti dei quali fanno un ottimo lavoro, c’è stato un immane lavoro di sensibilizzazione. Questo non significa che i problemi siano stati risolti, oggi stiamo lavorando a una nuova legge

sulla salute mentale che integri la 180 e una nuova legge può riaccendere l’attenzione sul problema. È questo il messaggio principale del libro, tenere viva la testimonianza ma passare dal racconto alla definitiva istituzionalizzazione delle buone pratiche».

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