Dai manicomi alle REMS: le case della follia

Parte dell’articolo de L’intellettuale dissidente

Invero, la storia dei manicomi psichiatrici ha origine secoli addietro, questi rappresentavano allora solo un contenitore privo di regolamentazioni statali, volto a canalizzare l’asocialità del folle il favore dell’estetica civile. L’unica voce in tal campo era quella dello psichiatra che, sulla scia di Pinel, tendeva ad organizzare la struttura manicomiale sotto una sistematizzazione gerarchica che lo poneva al vertice, capo indiscusso di una “istituzione totale”. Proprio Pinel è stato il primo a “liberare” i malati dall’ospedale della Salpêtrière, con lo scopo di estirpare gli “anormali” che necessitavano di cura psichiatriche o, più generalmente, psichiche. Purtroppo, tali luoghi hanno avuto poco a che vedere con il concetto di cura, risultando più affini alle dinamiche di internamento forzato e coatto. Una prima regolamentazione, dovuta proprio alle condizioni disumane in cui riversavano tali soggetti, si ebbe nel 1904 con la legge n.36 in merito alle “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati”, con cui, su proposta di Giolitti, si affermava che la detenzione spettava agli alienati mentale e che questi, sotto autorizzazione dello psichiatra, potevano venire rilasciati, così da verificare la possibilità di un loro effettivo reinserimento sociale. Ma, a discapito di equivoci, se non lo si è potuto evincere da quanto affermato fino ad ora, il testo sottolinea a più riprese:

«Il direttore gode di piena autorità»

 

(…)

 

La chiusura dei manicomi cosa ha comportato? L’istituzione di nuovi ospedali psichiatrici, gli O.P.G. – oggi SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) – definiti dallo psichiatra Piero Cipriano delle fabbriche della cura mentale. Per essere precisi, egli parla di manicomi “chimici”, sottomessi alle leggi della farmaceutica, evidenziando, in un’intervista di qualche anno fa per Repubblica, come:

Lʼ80% degli Spdc italiani – e sono circa 320 sparsi negli ospedali italiani – legano i pazienti all’interno di ospedali chiusi. L’ultimo censimento – e risale al 2007 – racconta ad esempio di come nel Lazio un paziente su dieci sia stato legato con tutti e quattro gli arti al letto. Con picchi in alcuni reparti dove la percentuale sale al 25% (un paziente su quattro) e il tempo di contenzione può prolungarsi anche oltre la settimana

Ecco le conseguenze di una legge che doveva essere rivoluzionaria ma, come spesso accade, è stata vittima di stratagemmi istituzionali che, a prescindere dal “giusto” e dall’”altro”, seguono la loro strada isolata ed indipendente. Oggi, dopo anni di attesa, siamo nel pieno dell’attuazione della legge n.81 del 2014 che, già nel 2013, indicava la chiusura degli O.P.G., mentre si è dovuti attendere il 2015 affinché vi fosse la sua “iniziale” attuazione. Eppure, nonostante le notevoli migliorie, c’è qualcosa che ancora non va e, per dimostrarlo, basti pensare che, dopo un anno dall’attuazione della riforma, gli O.P.G. contavano ancora circa un centinaio di pazienti. Ce lo ha detto anche la senatrice PD Emilia Grazia De Biasi che, in un’intervista a Dire, ha evidenziato il rischio a cui vanno incontro le R.E.M.S. – strutture sanitarie volte alla riabilitazione terapeutica istituite per superare la vergogna degli ospedali psichiatrici giudiziari – nel mutare nuovamente in O.P.G. e, quindi, basate sulla detenzione più che sulla cura. Lo stesso rischio è stato evidenziato anche dal capogruppo in commissione Sanità sempre del PD Nerina Dirindin.

0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.